Il patto tradito

L’area estremistica del centrosinistra - si legge sui giornali di ieri - si è riunita per contrastare la «svolta reazionaria del partito democratico». Per Massimo Cacciari il sindaco di Firenze Domenici è come Gentilini. Bifo sul Manifesto spiega perché Cofferati sia peggio di Guazzaloca. Mentre Gad Lerner accusa Penati di essere un neoleghista. Intanto Veltroni albertosordeggia con quelli di Mussi: «Dico queste cose solo per conquistare centralità, poi mi metterò d'accordo con voi». Su Radio popolare nove ascoltatori su dieci sostengono di preferire Beppe Grillo a Franco Giordano. La maggioranza di governo è come quelle grandi armate in rotta nelle quali i reparti si sparano e si calpestano tra di loro per tentare di salvarsi
È il momento dei nervi saldi: uno sbandamento così ampio della coalizione può provocare sconquassi a tutta la democrazia italiana. Siamo di fronte a una crisi organica non a episodi circoscrivibili. È il fallimento dell'unica linea che il centrosinistra aveva in campo. Il governo Prodi era nato con il duplice accordo di Cgil e Confindustria. L'idea era tassare i ceti medi e con le risorse ottenute sostenere grande industria, lavoratori sindacalizzati e pubblico impiego. La Cgil si vantava di avere ispirato la finanziaria 2007, la Confindustria montezemoliana aveva affermato che «meno tasse producevano meno sviluppo».
Tutto è saltato perché non si è valutato un fattore decisivo: in Italia non esiste una barriera invalicabile tra ceto medio, industriali e grande massa dei lavoratori. Colpendo il ceto medio si è scavato un baratro con il Paese. Ora nel centrosinistra c'è chi vorrebbe salvarsi sostenendo di essere in grado di realizzare «meglio» il programma del centrodestra. Si vuole la «Bossi-Fini» in un comune solo (vedi Graziano Cioni e imitatori) colpendo lavavetri, prostitute e parcheggiatori abusivi. Si chiede di abbassare le tasse. Si dice che le riforme costituzionali del centrodestra (più poteri al premier, niente bicameralismo perfetto, meno parlamentari, federalismo più sensato di quello messo nella Costituzione dal centrosinistra) andavano benissimo. L'accordo su welfare e pensioni non è riuscito, nonostante pasticci e soldi buttati, a destrutturare due grandi riforme del centrodestra (le leggi Biagi e Maroni). Neanche il Corriere della Sera riuscirà mai a convincere che chi ha fallito su una linea adesso sia in grado, magari sotto la guida di un flaccido leader come Veltroni, di realizzare il programma contrario. Dopo le elezioni del 9 e 10 aprile si doveva fare un governo di unità nazionale che affrontasse le questioni più urgenti. Berlusconi era disponibile. Questa via non è stata intrapresa per un misto di arroganza, codardia, opportunismo e cecità. Ora chiedere al centrodestra di «pagare» l'impopolarità accumulata dal centrosinistra è irrealistico. Naturalmente questo non esclude intese su singole questioni come la correzione del sistema elettorale. Né impedisce che in una situazione per molti versi drammatica, ci si confronti più serenamente tra schieramenti opposti. Ma è evidente come il rimedio decisivo al deterioramento in atto del tessuto democratico, resti quello di ridare la parola al popolo sovrano.
Lodovico Festa