IL PATTO CON GLI USA

L’incontro d'oggi di Berlusconi con Bush a Washington e il discorso che pronunzierà domani di fronte alle Camere riunite del Congresso portano il segno, simbolico e sostanziale, del successo della politica estera di questo governo che per un quinquennio ha consolidato un felice rapporto tra Italia e Stati Uniti.
Non è un caso che il nostro premier sia stato preceduto sul podio di Capitol Hill solo da altri tre presidenti del Consiglio italiani dai meriti particolari: il De Gasperi che rivendicò il diritto dell'Italia sconfitta a rientrare nel consesso internazionale; il Craxi che aveva patrocinato l'installazione in Italia dei missili Nato in risposta a quelli sovietici; e l'Andreotti che a fine carriera poteva vantare di avere gettato un ponte tra Occidente e Mediterraneo.
Sia il presidente Bush che il Congresso riconosceranno al nostro premier il merito d'essere rimasto dopo l'11 settembre alleato solidale, non solo a parole, della superpotenza. E la cosa non è stata facile. Si è trattato infatti della stagione in cui l'antiamericanismo ha percorso l'intera Europa, risvegliando le pulsioni nazionaliste anti-atlantiche ed infiammando le piazze che specialmente in Italia hanno messo sotto pressione le forze politiche non solo a sinistra.
Certo la guerra globale al terrorismo e la campagna d'Irak hanno provocato più di un dissapore nelle relazioni tra le due sponde dell'Atlantico. I casi Abu Omar, Calipari e Abu Ghraib ne sono stati i più visibili. Ma dobbiamo prendere atto della sagacia del governo che non ha permesso che i dissensi su questioni particolari divenissero motivo di crisi di un'alleanza politica, ormai tanto solida quanto radicata nella storia della Repubblica.
Resta aperta la conclusione della campagna d'Irak a cui si sono aggiunte, di recente, la questione palestinese con Hamas e la minaccia iraniana con il nucleare. L'Italia che ritirerà a breve una parte del suo contingente di Nassirya non entra però in collisione con la politica americana perché è eguale interesse dei bushiani «imperiali» e degli italiani in missione di pace, di ritirarsi lasciando le forze locali in grado di fronteggiare sul terreno i terroristi destabilizzatori. E questo, al di là delle modalità tecniche e delle scadenze temporali, è l'impegno che unisce e non divide i due Paesi nella comune strategia contro il terrorismo con responsabilità che vanno ben al di là delle vicende di Bagdad.
Il viaggio a Washington è dunque l'occasione per ribadire che la lotta al terrorismo rimane la priorità che lega la politica estera italiana agli Stati Uniti su cui si misurerà anche la riorganizzazione della Nato e il suo inquadramento nei progetti europei di difesa e sicurezza. L'amministrazione Bush sa che l'Italia ha gestito con successo il terrorismo sia all'interno che su scala internazionale utilizzando un misto di prudenza e di forza. Le potenzialità terroristiche sono state finora tenute a bada dal governo italiano che, ad un tempo, ha respinto l'assalto del pacifismo rinunciatario e si è tenuto alla larga dalle pulsioni crociate di chi vorrebbe trasformare il confronto dell'Occidente con l'Islam in uno scontro di civiltà o, peggio ancora, in uno scontro di religioni.
Di tutto ciò oggi Berlusconi raccoglie i frutti a Washington. La sua non è dunque la visita di un «vassallo» ma di un alleato ben consapevole che l'Italia può realisticamente operare solo nel quadro della solidarietà atlantica che lega l'Europa all'America.
m.teodori@mclink.it