Patty Pravo: dal mare al deserto vi racconto i miei viaggi estremi

da Milano

«Io non saprei come definirmi: lei dove mi collocherebbe?», mi domanda Patty Pravo col consueto gusto della provocazione. «In un mondo in cui la sensualità esplode in tutte le sue forme», replico un po’ sorpreso. «Sì, mi piace - risponde lei -, sensi e sentimenti per me sono importanti, e poi i contrasti, l’anima e il sesso. Per questo per me cantare vuol dire giocare, amare, scoprirsi totalmente, un po’ come fare l’amore». La musica come bisogno interiore e forza espressiva; per questo l’ex ragazza del Piper si rimette sempre in gioco, e a 60 anni appena compiuti annuncia tre anni di lavoro senza tregua. Mica uno scherzo. «E be’, ma al di là di tutto il rock’n’roll per me rimane uno stile di vita», sottolinea Patty.
Ma tre anni senza tregua sono tanti.
«La tournée ha appena debuttato con i cosiddetti “numeri zero”, ora procederà in giro per l’Italia e l’Europa - prossima tappa il 23 a Madrid - e poi in tutto il mondo, dagli Usa agli Emirati Arabi. Parto con il repertorio pop rock poi, quando arriverò a Venezia, alla Fenice, dividerò i concerti: da un lato quelli pop, dall’altro quelli con l’orchestra sinfonica con cui interpreto spiritual come Motherless Child, pezzi di Leo Ferrè come La solitude, brani di De Moraes e almeno sette nuove composizioni. Dai due spettacoli usciranno due dvd: quello pop lo registriamo il 19 settembre all’Arena di Verona».
Nuovi brani quindi nuovo album?
«Arriverà presto, ad ottobre, ma niente a che vedere con le canzoni nuove che presento in concerto. Qui sarà tutto inedito».
Poi però avrà bisogno di riposo.
«Sto studiando una nuova traversata nel deserto, e poi qualcosa di estremamente avventuroso. Tempo fa - quasi di nascosto - mi feci costruire una barca di 10 metri e attraversai l’Atlantico in solitaria: potrei rifare qualcosa del genere».
Eterna ribelle?
«Col passar del tempo potrei diventare ancora più pericolosa».
Caso del burqa o no, a Sanremo non è andata...
«Ho fatto bene a non esserci. Si lamentano degli ascolti? La gente non ha tempo di stare cinque ore davanti alla Tv».
E della canzone italiana che pensa?
«I giovani hanno tanta tecnica ma poca anima: appena aprono bocca e fanno un disco si sentono Gesù Cristo. Io sono sempre alla ricerca di autori stimolanti, come quelli con cui ho lavorato, insieme a Vasco, nel cd Una donna da sognare. Prima di morire, Pavarotti mi confidava la sua preoccupazione per la mancanza di nuove voci interessanti, non solo nella lirica».
Ma oggi le nuove cantanti spuntano come funghi: da Diana Krall a Norah Jones a Yael Naim...
«Per fortuna, speriamo che durino. A me piace Amy Winehouse, ribelle con quello spirito “tanto non arrivo ai 30 anni” che avevo anch’io da ragazzina».
Già, bei tempi. Ci ricordi com’è diventata la ragazza del Piper.
«Tutto è nato da una scelta dolorosa. A Venezia, mentre studiavo al Conservatorio, morì mio nonno. Avevo 15 anni e decisi di andare a Londra, ma venni a sapere che a Roma, al Piper, c’erano un sacco di ragazzi che si divertivano un mondo. Crocetta, il boss del Piper, mi diede subito fiducia. Comprai degli strumenti con una cambiale - la prima e l’ultima della mia vita - perché poi diventai subito “ricca”, cioè già prima de La bambola, con Ragazzo triste e i concerti, cominciavano a girare i soldini».
E allora la gavetta...
«Anni e anni, anche se ci sentivamo bambini felici aperti a tutto. Viaggiavamo sul camioncino per migliaia di chilometri dove non c’erano autostrade, montavamo e smontavamo gli strumenti, dormivamo insieme, io cercavo di convincere i ragazzi della band a mangiare continuamente una torta alle mandorle pesantissima. Non me la sono mai tirata perché mi considero ancora una “orchestrala”».
Eppure lei è cresciuta accanto a personaggi come Ezra Pound o Angelo Roncalli: cosa le hanno insegnato?
«Papa Roncalli ha sempre rispettato le mie idee non proprio cristiane. Pound mi ha insegnato l’arte del silenzio, perché un artista si esprime attraverso la sua arte. Così sono solitaria, parlo poco e a volte con le mie piante o con le cose di casa».
Ma certe cose non le manda a dire: per esempio che Mina canta brutte canzoni.
«Glielo dico anche per telefono, nel senso che una voce come la sua, che è uno strumento di Dio, sarebbe più adatta al blues, al jazz, al repertorio di Sinatra».
E i suoi amici ribelli?
«Tra i miei preferiti c’è Keith Richards, che nonostante tutto ha l’animo di un bambino. L’ho conosciuto a Roma negli anni ’60, oggi ci sentiamo e sono amica della moglie: ci unisce l’amore per il palco. Dalida cui ho dedicato l’ultimo cd. Una persona splendida, per nulla triste e cupa come la si dipingeva».
E Internet come lo vive?
«Dovrebbe servire per ascoltare la musica del passato. E poi si dovrebbero vendere i dischi nuovi e chiudere gli accessi a chi vuole scaricarli gratis. Se compri un paio di mutande via web te le spediscono a casa. Perché non dev’essere così con i cd?».