Patuelli: «Le cause collettive in Italia non funzionerebbero»

Il vicepresidente dell’Abi: «Occorre rivedere la Costituzione». Popolari inespugnabili? «Una tesi falsa»

da Milano

Negli Stati Uniti funziona a dovere ed è uno degli incubi delle potenti multinazionali ma l’idea di importare in Italia la cosiddetta class action per tutelare i risparmiatori non è facilmente realizzabile, a meno di non cambiare la prima parte della Costituzione. A mettere sull’avviso è il vicepresidente dell’Abi e dell’Acri, Antonio Patuelli, invitando a «evitare facili illusioni» agli investitori. Al di là della proposta del ministro Pierluigi Bersani di guardare oltreoceano per introdurre la possibilità di un’azione legale collettiva il problema tuttavia esiste. Ecco perché sarebbe opportuna «una discussione per aggiornare più aspetti della Carta Costituzionale» così da renderla «omogenea e più attuale» con le esigenze del mercato, prosegue Patuelli che nella veste di presidente della Cassa di Risparmio di Ravenna smentisce anche quanti considerano incontendibile il mondo delle Popolari.
Cosa ne pensa dell’idea di Bersani di introdurre la class action in Italia?
«Alcuni guardano agli Usa convinti di poterne importare l’esempio normativo ma l’Italia non è la cinquantunesima stella della bandiera americana: i nostri sistemi giuridici sono diversi. L’ostacolo è già nella Costituzione: l’articolo 24 specifica che è possibile agire in giudizio solo per tutelare i propri diritti e interessi legittimi. Abbastanza per rendere impraticabile un’importazione automatica della class action statunitense perché tutti coloro che ne avrebbero diritto dovrebbero sottoscrivere l’atto stesso. Invito ad essere realisti».
Il caso Parmalat è stato una lezione severa, quale potrebbe essere la soluzione per la tutela dei risparmiatori?
«Ci sono due strade. Trasformare la class action per adattarla alla Carta Costituzionale, oppure cambiare quest’ultima prima di approvare qualsiasi disegno di legge. È una questione pregiudiziale, dobbiamo evitare facili illusioni ed essere chiari dall’inizio: bisogna seguire il nostro diritto processuale, in caso contrario una causa collettiva potrebbe crollare davanti a un’eccezione di incostituzionalità. Occorre una discussione diversa, magari con la lungimiranza di guardare anche ai trattati internazionali che l’Italia ha già ratificato».
Propone di cambiare la Costituzione?
«È il sessantesimo anniversario della Costituente. Credo che da affrontare ci sia una discussione non solamente sull’articolo 24 ma più in generale sulla prima parte della Costituzione. Di problemi di aggiornamento sotto il profilo economico ne vedo più di uno. A partire dall’articolo 81 voluto da Luigi Einaudi per regolare la spesa pubblica e che occorre rendere ancora più stringente e rigoroso».
Da banchiere come considera la scelta di Banca Lombarda di proteggersi da un eventuale attacco esterno trasformandosi in popolare per unirsi a Bpu?
«Ci deve essere una totale libertà di modelli societari. È un treno che può viaggiare in entrambe le direzioni senza cambiare motrice: la scelta spetta agli azionisti. Non è vero che il controllo di una popolare è bloccato, è sufficiente studiare un’Opa condizionata alla trasformazione in Spa. Parlo per esperienza: dieci anni fa con la Cassa di Ravenna ho lanciato un’offerta sulla Banca Cooperativa di Imola. Mi lasci dire che l’unica realtà non scalabile non è il mondo popolare ma quello del credito cooperativo».