Paul Anka «Sfido Bublé con il mio swing d’autore»

«Ho scoperto Michael, vorrei cantare con lui ma voglio dimostrare di essere ancora un grande»

Antonio Lodetti

da Londra

Ha 64 anni (i suoi chirurghi estetici fanno miracoli per mantenerlo in forma) e i suoi fan più o meno la stessa età. I giovani lo conoscono appena, anche se alla fine degli anni Cinquanta ha venduto milioni di dischi e - insieme a Bobby Darin - ha inventato la figura del cantautore aprendo la strada a personaggi come Paul Simon e Neil Diamond. Ma Paul Anka è l’uomo delle grandi imprese; ha festeggiato 45 anni di carriera, ha lanciato il fenomeno Michael Bublé, e ha furbescamente deciso di ribaltare le logiche di mercato e di entrare nel cuore dei ragazzi con l’album Rock Swings che ha riletto in versione jazz brani celebri di Rem, Bon Jovi, Oasis, Nirvana. Da star del pop adolescenziale anni ’50 -60 a Lazzaro del swing pop del nuovo millennio, Paul Anka ha ripreso a frequentare le classifiche ma soprattutto i teatri di tutto il mondo. È sempre in tournée - in maggio ha saltabeccato da Parigi a Hong Kong - e, in attesa di vederlo in Italia, racconta il suo presente e il suo passato nel dvd Live At Montreux Jazz Festival in uscita in questi giorni.
Le ha portato bene questo strano matrimonio tra rock e swing.
«Io mi sento un apostolo dello swing, un ritmo moderno e gioioso che mi sta dando una seconda giovinezza. Però non vivo fuori dal mondo, quindi ho scoperto i grandi del rock, ho messo in risalto le loro melodie e li ho trasformati in un misto tra Glenn Miller e Sinatra. E ora ai miei concerti la gente impazzisce».
Per questo il nuovo dvd?
«È la mia fotografia di oggi; sono un melodico che ha portato il rock nei territori dello swing, una piccola rivoluzione».
E un’operazione commerciale.
«Certo ma di classe, fatta anche per avvicinarmi alla musica dei miei figli. Il successo non mi manca, a Las Vegas sono una star. Ho scritto canzoni per Tom Jones e per decine di altri artisti e con la mia versione di My Way potrei vivere di rendita per tutta la vita».
Lei ha scoperto e lanciato Bublé.
«Bisognava essere ciechi per non accorgersi di un fenomeno come lui. È il mio erede. Spero di organizzare presto una tournée con lui. Però gli lancio la mia sfida, servirà a stimolarlo».
Se Bublé è il suo erede chi sono i suoi idoli?
«Naturalmente Frank Sinatra, nessun cantante di jazz ha mai raggiunto la sua profondità espressiva. Tra le donne Ella Fitzgerald e Billie Holiday, anche se il suo canto è troppo sofferto e drammatico. Io voglio comunicare emozioni positive».
Quando lei iniziò impazzava il rock, gli urlatori. Come mai lei non è stato affascinato dal rock?
«Sono stato in tournée con Chuck Berry ed Eccie Cochran ma io sono più romantico che ribelle. Il rock è un gioco pericoloso e io sono un ragazzo tranquillo. Solo per un caso non salii sull’aereo con cui si schiantarono Buddy Holly, Big Bopper e Ritchie Valens, allora capii che dovevo cambiare vita. Io, i Beatles e i Rolling Stones abbiamo più o meno la stessa età ma abbiamo scelto strade diverse perché siamo nati in contesti diversi. Loro nella Swinging London, io nell’industria del divertimento controllata dagli italoamericani».
Uno come lei che spopolò a Sanremo perché non torna in Italia?
«L’Italia è la terra che amo di più ma non so se sia ancora pronta ad accogliermi. Voglio tornare per affascinare il pubblico col mio nuovo repertorio, non per ricordare un passato che non c’è più. Anche se Diana e Ogni volta le porto sempre nel cuore».»