Paul e Ringo, rivive l’anima dei Beatles

I due cantano un celebre brano dei Fab Four a New York in uno show
organizzato dal regista David Lynch. Starr interpreta anche «Yellow
submarine». L’omaggio di McCartney a John Lennon: «Amava questa città»

Però lo hanno fatto con stile. Per far rinascere ciò che resta dei Beatles, Paul McCartney e Ringo Starr hanno scelto l’occasione giusta, quasi di basso profilo, mica un prevedibilissimo concertone a favore di qualche causa nobile e magari inutile. Per farla breve, il regista David Lynch, quello che oltre a girare film inquietanti è anche un tifoso della meditazione trascendentale, li ha contattati per un concerto benefico a favore della sua fondazione Change begins within e loro hanno detto sì senza troppi fronzoli. Risultato: sabato sera in quella sala austera del Radio City Music Hall di New York hanno cantato insieme With a little help from my friend, Ringo voce solista e Paul di supporto con la chitarra, facendo vibrare i seimila in platea e i milioni in tutto il mondo che ancora se la ricordano, quell’epoca là, i Beatles, la gioventù di una generazione e anche di un entusiasmo che oggi, pure nella musica, è decisamente invecchiato.

D’altronde l’occasione era quella giusta, in tutti i sensi. La meditazione trascendentale è quella insegnata dal Maharishi Mahesh Yogi, il santone indiano che i Beatles andarono a trovare nel suo polveroso eremo a Rishikesh. Era il 1968, loro erano già morituri come gruppo e infatti meno di due anni dopo si dissero addio con una lettera d’avvocato. In ogni caso, per molti ultras dei Beatles il Maharishi e Yoko Ono pari sono: entrambi colpevoli di regicidio per aver agevolato lo sfaldamento delle loro maestà. Chissà: di Yoko si conoscono le mattane, del santone pochi ricordano che è morto l’anno scorso a più di novant’anni (non si sa se fosse nato nel 1911 o nel 1918) gestendo un business da molti miliardi di dollari anche grazie alla sinergia aziendale (oggi si dice così) con i Beatles che continuavano a ripetere ai quattro venti la bontà della meditazione trascendentale.

«Per noi cominciò - ha riassunto McCartney al Radio City - quando lo incontrammo in India, poi la tecnica divenne sempre più importante fino a dominare il mondo». Può darsi. Esaltato da questa premessa, David Lynch ha comunque ricordato dal palco che i profitti della sua fondazione aiutano i ragazzi emarginati e troppo esuberanti a convogliare le loro energie verso fini più nobili dello spaccio o della violenza e, fin qui, tanto di cappello. Lui ci deve credere davvero, visto che per il concerto ha convocato nientemeno che Eddie Vedder dei Pearl Jam, Ben Harper, Moby, Sheryl Crow, Mike Love dei Beach Boys e Donovan (altri due habitué del Maharishi, assai bolliti però). Alla fine ne è venuto fuori un concertone di più di tre ore per pochi intimi (seimila, appunto) che ha lasciato poco alla celebrazione manierista (la Crow ha cantato My sweet Lord di George Harrison, Donovan ha riesumato due suoi classici, Hurdy gurdy man e Season of the witch) e molto a quella autentica, vissuta, magari pure lacrimevole.

Quando McCartney, che aveva già suonato 12 canzoni in quaranta minuti con la sua band, ha presentato Ringo Starr, ha scelto queste parole da brivido: «Signore e signori, ecco Barry Shears». Per chi non lo sapesse, Barry Shears era l’alter ego di Ringo in quel capolavoro che è Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Lui, che aveva già cantato Yellow submarine e It don’t come easy (scritta con Harrison), si è seduto alla batteria e ha accompagnato McCartney in Cosmically conscious (scritta nel 1968) e I saw her standing there. Prima, naturalmente, Macca aveva ricordato John Lennon, spiegando che «Io amo New York e John amava New York», prima di cantare Here today scritta il giorno dopo il suo assassinio. Insomma, l’altra sera a New York i Beatles c’erano per davvero, con stile, e l’unico ospite rimasto fuori dalla porta è stata la nostalgia un tanto al chilo, per fortuna.