Paul, il manager coraggioso che ha commosso il mondo

È lui l’uomo della foto diventata uno dei simboli della strage: anziché fuggire dopo l’esplosione ha soccorso una ragazza sanguinante

Marta Ottaviani

La loro immagine ha fatto il giro del mondo ed è diventata il simbolo della tragedia che ha colpito Londra e della grande solidarietà inglese. Un uomo e una donna si allontanano dalla stazione di Edgware Road, dove è avvenuta una delle quattro esplosioni. Lei ha una maschera bianca che le copre il viso.
Quell’uomo, ora, ha un volto e un nome. Si chiama Paul Dadge, ha 28 anni ed è un ex pompiere. Vive a Cannock, nello Staffordshire. Lavora a Londra solo per metà settimana.
Quella mattina Paul si stava recando in ufficio, in metropolitana, come sempre. Improvvisamente il suo treno viene evacuato alla stazione di Baker Street. Decide di continuare a piedi fino a Paddington, dove ha sede la società informatica Aol per cui lavora come project manager, quando i suoi programmi subiscono un brusco cambiamento.
«Ho cominciato a vedere alcune autopompe - racconta Paul -, erano vicino alla stazione di Edgware Road, stavano iniziando a far allontanare dalla zona le persone ferite che riuscivano a camminare. Non ci ho pensato due volte e ho iniziato a organizzare una squadra di soccorso. Non sono un eroe. Per me era naturale aiutarli. Dare soccorso a chi ne ha bisogno rientra fra i miei doveri».
Un gesto spontaneo, come quello di tanti altri inglesi che non hanno voluto rimanere immobili davanti a quella strage.
Dadge racconta dell’odore pungente che proveniva dalla metropolitana, dei feriti con i vestiti intrisi di sangue, molti anche con la pelle ustionata, delle centinaia di persone disperate sedute sui marciapiedi. Dice che c’era il caos totale, che la gente era in preda al panico, che urlava, che i medici non erano ancora arrivati e che lui aveva paura. Paura che le sue nozioni di primo soccorso non bastassero da sole a fronteggiare quell’emergenza.
E fra le persone che Paul ha soccorso c’era anche la donna nella foto. «Si chiama Davinia - ricorda Dadge -. L’ho aiutata solo per pochi minuti, ma mi sentivo come se la conoscessi da sempre. Era seduta anche lei sul marciapiede. Era veramente calma, non si lamentava. Era veramente coraggiosa. Aveva delle ustioni sulla testa e sulla parte destra del corpo. Per fortuna non si trattava di lesioni molto gravi. Ricordo che aveva anche i capelli bruciati. L’ho aiutata mettendole dei medicamenti sul viso e poi le ho applicato quella maschera bianca, che al suo interno aveva un gel per alleviare il suo dolore. Ho iniziato a parlarle. Penso che stesse soffrendo molto».
Una breve parentesi, prima del rinnovarsi del terrore.
«Stavamo parlando da pochi minuti - continua Paul -. A un tratto un poliziotto ci ha detto di alzarci e di rifugiarci all’hotel Metropol, perché vicino alla filiale di Marks&Spencer era stato trovato un pacco sospetto. Ho aiutato Davinia ad alzarsi, l’ho abbracciata e ci siamo diretti verso l’albergo. È in quel momento che ci hanno fotografato. Una ragazza ci è venuta incontro. Ho salutato Davinia e le ho augurato buona fortuna. Non ho fatto in tempo a entrare in confidenza con lei. Le uniche cose che posso dire è che aveva un fidanzato e che non era inglese. Ma ha dimostrato lo stesso un grandissimo coraggio nell’affrontare quella situazione così drammatica. Spero che adesso stia bene. Non sono riuscito a vederle il volto, perché era rovinato dalle ustioni. Ma sono sicuro che era bella. Sì, sono certo che era una giovane e bella ragazza. Sono contento che abbiano pubblicato quella foto. Spero che mandi un messaggio ai terroristi: non vinceranno».
Un’immagine di solidarietà che ha commosso il mondo, che rimarrà negli occhi di molti. E che magari anche Davinia ha deciso di conservare.