PAUL MORAND L’uomo accelerato

A Trieste un convegno sul letterato viaggiatore che per quasi tutta la vita fu fedele al motto «presto e male»

nostro inviato a Trieste
Quando nel 1929 Paul Morand pubblica De la vitesse ha quarant’anni, è uno scrittore famoso, un uomo baciato dalla fortuna e dal successo: una bella moglie, nobile, ricca e per di più intelligente, un mestiere di diplomatico fatto più di viaggi, congedi e permessi che non di scrivanie, concorsi e promozioni, un uso di mondo con frequentazione del bel mondo, lusso, viaggi, luoghi, parties... A un esordio sfolgorante, con annessa prefazione-benedizione di Marcel Proust, hanno seguito in un pugno di anni racconti, reportages, romanzi che lo hanno imposto come il cantore più appropriato della propria epoca, l’Europa degli anni folli del primo dopoguerra, l’Europa febbrile, minacciosa e minacciata fra le due guerre.
Morand l’ha attraversata a passo di carica, come del resto a passo di carica ha attraversato il mondo, l’Asia, l’Africa, le Americhe. «Presto e male = il mio motto» scrive nel dedicare quel libro a un amico, ma ora per la prima volta si accorge che quella massima gli sta stretta, non lo soddisfa più. Ha corso troppo, Morand, e comincia a chiedersi non tanto se ne sia valsa la pena, quanto se abbia avuto un senso. «Si è detto spesso che ero un adoratore della velocità. In effetti, l’ho molto amata. In seguito, meno. Mi sono reso conto che non è sempre un fattore stimolante: è anche deprimente, un acido corrosivo, un esplosivo pericoloso a maneggiare. C’è nella velocità, dice uno dei miei personaggi, “una bellezza tragica, dalle conseguenze incalcolabili, una necessità e una maledizione”». Costruito come una riflessione sulla modernità, De la vitesse è la spia di un’inquietudine che nella sessantina di pagine in cui è racchiusa non se la sente ancora di trasformarsi in problema, ovvero nello smascheramento di una nevrosi. È ancora troppo veloce per scrivere un epitaffio lento sulla velocità. Si accontenta di schizzarlo.
Dieci anni dopo e poco più, come ogni scrittore-assassino che si rispetti, Morand ritorna sul luogo del delitto: quell’Europa convulsa e agitata da percorrere a spron battuto ormai non esiste più, i timori si sono trasformati in certezze, è scoppiata la Seconda guerra mondiale e il futuro fa più paura del passato. Non è più sufficiente un racconto, o l’abbozzo di un saggio per fare il punto su sé stessi e ciò che ci circonda. Il risultato sono le trecentotrenta pagine di L’homme pressé, il ritratto consapevole di un mostro, l’autoritratto di ciò che Morand aveva corso il rischio di essere.
Nel convegno «Paul Morand: letterato e viaggiatore» che si apre oggi nella Sala Maggiore della Camera di Commercio di Trieste, la sezione inaugurale è proprio all’insegna di quel titolo, e sarà la visione del film omonimo diretto da Eduard Molinaro nel 1977, con Alain Delon e Mireille Darc per protagonisti, a chiudere ufficialmente i lavori mercoledì prossimo. A Trieste, del resto, nel cimitero greco-ortodosso, il mausoleo Economo-Helmereichen raccoglie le ceneri, mischiate fra loro per volontà di entrambi, dello scrittore e di Hélène Soutzo, la moglie a cui L’homme pressé era stato dedicato: «Ma si può dedicare un libro a chi si è dedicata la vita?». Anche il primo romanzo di Morand, Lewis et Irène, aveva Trieste fra i suoi riferimenti: Irène Apostolatos è l’erede di una dinastia di banchieri greci con sede nella città adriatica.
Il «presto e male = il mio motto» della dedica amicale di De la vitesse è il modo di presentarsi di Pierre Mioxe, antiquario di professione e protagonista del romanzo: «Lo si direbbe più un epitaffio» commenta il suo socio in affari. Pierre è uno che si aggira fra la gente «senza eccedenza di bagaglio», uno per cui la velocità «non è altro che una corsa vinta il cui premio è la solitudine», uno il cui «treno del piacere è un treno espresso: «Se tu fossi un essere umano al posto di una locomotiva» gli griderà la moglie nel cacciarlo di casa...
Tutta la sua vita non è che una corsa in avanti: «Io lascio cadere ciò che mi fa tardare. Così sono soddisfatto di essere nell’istante successivo. Non esisto, preesisto, sono un uomo antidatato. Anzi, non sono un uomo, sono un momento». Ogni inizio di discussione ha già come risposta: «E allora? Concludiamo, veniamo al punto». Quando alla fine si scoprirà malato si accorgerà anche di aver vissuto troppo velocemente perché qualcuno potesse accorgersi della sua esistenza...
Pagina dopo pagina Morand spoglia il suo eroe di quella ammirazione mista a simpatia istintiva che è propria degli uomini attivi, il decisionismo che seduce, la capacità di risolvere i problemi che rassicura, la rapidità delle scelte che entusiasma. A poco a poco la patina di un uomo che sembra sapere sempre ciò che si deve fare comincia a corrodersi e lascia intravvedere ciò che dietro si nasconde: Pierre agisce perché non sa fare altrimenti, è l’agire che gli dà un senso e non viceversa. Come una molla comprime in un giorno più giorni, in una vita più vite, ma è la vita stessa che gli sfugge, che non riesce a controllare, che non sa né apprezzare né amare. Di fronte alla moglie incinta, l’idea di un’attesa naturale di nove mesi gli sembra innaturale, un’assurdità: vorrebbe che il figlio uscisse subito, che non perdesse tempo, che non gli facesse perdere tempo... A un certo punto, quando la molla si romperà, non gli resterà altro che la contemplazione del proprio scacco esistenziale: convinto che non sarebbe mai divenuto vecchio, il suo cuore lo tradisce da giovane, gli lascia ancora il suo povero involucro di carne e di ossa, ma gli toglie l’illusione dell’immortalità, dell’andare, comunque, avanti. Non avendo più un futuro cui aggrapparsi, si accorge di non avere mai avuto un passato, di non sapere cosa sia il presente.
Nell’«uomo che ha fretta» Morand mette in scena la modernità allo stato puro, l’ansia del fare, la frenesia del possedere, l’ottundimento dei sensi, l’incapacità di cogliere gli istanti. Lanciati a velocità folle ci illudiamo di tenere noi il volante, ma non ci è dato di cambiare direzione e non c’è freno che rallenti la corsa. L’impatto finale è devastante, a meno che non si sia già stati sbalzati per aria durante il tragitto. Moriamo che non abbiamo nemmeno fatto a tempo a vivere.