Paul Newman, se n’è andato l’ultimo re di Hollywood

Aveva 83 anni. Dal '58 era sposato con Joanne Woodward. Uno <strong><a href="/a.pic1?ID=293965" target="_blank">&quot;spaccone&quot; per finta</a></strong>. Così <a href="/a.pic1?ID=293938" target="_blank"><strong>si raccontava a Oriana Fallaci</strong></a>

Come accade tuttora per Steve McQueen, la pubblicità sfrutterà a lungo lo sguardo azzurro di Paul Newman, morto ieri a ottantatré anni, dopo un’agonia fin troppo seguìta dalla stampa e una vita esaltata tanto dal successo (e da quello di Joanne Woodward, seconda moglie), quanto amareggiata dalla scomparsa di Scott, figlio di primo letto.
Nella filantropia concreta degli ultimi anni di Newman non c’era solo la voglia di trovare un’alternativa alla passione per le corse in auto, che lo aveva portato in pista a Le Mans e a Indianapolis. Doveva esserci anche il dolore venato di rimorso di un padre capace di dare al figlio dalla gloria riflessa ai soldi sicuri, ma non ciò che il figlio voleva di più: tempo e considerazione del padre.
Le tv hanno già cominciato a spartirsi il ricordo di Newman, a colpi di «omaggi», modo finto-nobile per trarre nuovi introiti indiretti dall’aver acquisito i diritti dei sui vecchi film. Era quello che Newman meno desiderava: non molti anni fa aveva pubblicato un’intera pagina su un quotidiano di Los Angeles per scusarsi della ripetuta diffusione del Calice d’argento di Victor Saville, scadente esordio cinematografico, dove Anna Maria Pierangeli (solo Pier Angeli per gli americani) interpretava sua moglie.
Fra questi episodi estremi, mezzo secolo di carriera e una settantina di film, da attore nella Hollywood dell’ultimo divismo, per lo più girati fra anni Cinquanta e Settanta; numericamente esigue e ignote al grosso pubblico, invece, le regie di Newman. Ma l’ultimo Festival di Cannes - nel quarantennale sessantottardo - ha riproposto Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilda, dove c’è tutto, meno la «fantasia al potere» e il «vietato vietare» della contestazione francese.
L’alone del divo ha messo in ombra l’intellettuale, il marito felice (quanti a Hollywood hanno avuto una sola moglie?) e il padre infelice (stesso destino di Coppola e Pollack). Ogni commemorazione è tenuta a evocare splendori; e ogni commemorazione, specie in tv, evocherà ardori femminili estesi a quattro generazioni. E non solo quelli femminili: virile pugile in Lassù qualcuno mi ama di Robert Wise, uno dei suoi film migliori, sempre accanto alla Pierangeli, Newman interpretava due anni dopo - cioè mezzo secolo prima dei Segreti di Brokeback Mountain - non solo il pistolero omosessuale Billy the Kid in Furia selvaggia di Arthur Penn, ma anche il ricco marito «indifferente» alle grazie di Elizabeth Taylor nella Gatta sul tetto che scotta di Richard Brooks, tratto dal dramma di Tennessee Williams.
Era la prima fase della carriera di Newman, ancora d’impronta teatrale e pericolosamente simile a quella dell’archetipo, Marlon Brando, dei belli e dannati del periodo. Uscire da quella scia è stato uno dei problemi di Newman: non ci è mai riuscito dal lato mitico, ma ci è riuscito da quello economico, perché quasi tutti i suoi film incassavano, a differenza di quelli con Brando. E se nei drammi Brando era superiore, nelle commedie prevaleva Newman: i begli occhi lo rendevano irresistibile come simpatico mascalzone, perfino quando dovevano confrontarsi con quelli, sempre azzurri ma meno vivaci, di Robert Redford, come in Butch Cassidy di George Roy Hill, dove l’omoerotismo della vicenda si diluiva nella terza misura di seno di Katherine Ross, il cui personaggio si concedeva serenamente a entrambi.
Sono rari i film dove i ruoli di Newman prescindano dalla seduzione. La questione poteva essere camuffata in peggio, come appioppandogli il ruolo del violentatore, come nell’Oltraggio di Martin Ritt, vano rifacimento di Rasho Mon di Akira Kurosawa; o quello del maturo capobanda assassino nell’Uomo dai sette capestri di John Huston (scritto da John Milius), mettendogli accanto per pochi attimi un altro grande mito sexy della sua stessa generazione: Ava Gardner.
Una Academy ancora poco incline ad apprezzare i personaggi problematici si trovò fuori sincrono con l’apice della carriera di Newman: solo quando lui era già sessantenne, gli diede dunque l’Oscar per Il colore dei soldi di Martin Scorsese, rifacimento non proprio magistrale dello Spaccone di Robert Rossen, quello sì un capolavoro grazie anche a un immenso Newman. Si noti: fra i comprimari dello Spaccone c’era Jake La Motta, che a Scorsese avrebbe poi ispirato Toro scatenato.
Newman aveva a quel punto una dimensione che prescindeva anche dai riconoscimenti prestigiosi. Una della scene più famose, in uno dei film di maggiore incasso d’ogni tempo, Emmanuelle di Just Jaeckin, schierava le ventenni Sylvia Kristel e Christine Boisson a contemplare - con ritorni molto, molto piacevoli per loro - Newman sulla copertina di una rivista. Un quarto di secolo dopo, nella miglior versione (non dichiarata) del Lungo addio di Raymond Chandler, Twilight («Crepuscolo») di Robert Benton, saranno del personaggio di Susan Sarandon intensi pensieri adulterini su un Newman ormai settantenne. Era sesso, solo accennato, adeguato alla seconda età per lei e alla terza di lui, che aggirava la convenzione hollywoodiana per la quale il vecchio con desideri è un vecchio porco. Per violare certi tabù non bastava esser (stati) belli; occorreva anche esser bravi. Ricordiamo dunque così Newman, in quel ruolo da dorato crepuscolo; e nel ruolo colpevole e sofferente di Era mio padre di Sam Mendes, dove aveva accettato, come per espiazione, il suo solo personaggio atroce: un padre che condanna il degno figlio (putativo), per salvare quello indegno.