Paulson: «La bufera è solo all’inizio»

Henry Paulson ha cambiato ancora idea. Dopo aver deciso di non utilizzare più i fondi del piano di salvataggio per acquistare gli asset tossici delle banche, il segretario al Tesoro Usa ha annunciato ieri l’intenzione di congelare i 410 miliardi di dollari ancora rimasti dei 700 complessivamente stanziati dopo un tormentato iter congressuale. «Voglio mantenere intatto il nostro potere di fuoco», ha precisato.
Paulson ha dichiarato le proprie intenzioni in un’intervista al Wall Street Journal nel giorno in cui, insieme con il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, è stato ascoltato dalla commissione Servizi finanziari della Camera. L’audizione è servita al titolare del Tesoro per difendere il pacchetto di aiuti, lo strumento attraverso il quale «siamo riusciti a stabilizzare il sistema finanziario» anche se «non è la panacea di tutti i problemi economici»; il cammino verso la ripresa, ha aggiunto, resta infatti lungo perché «siamo ancora all’inizio della crisi».
Anche il Fondo monetario internazionale prevede d’altra parte un possibile peggioramento della crisi internazionale nei prossimi sei mesi. E il numero uno, Dominique Strauss-Kahn, bussa alla porta delle banche centrali, chiedendo uno sforzo finanziario in linea con i 100 miliardi di dollari già promessi dal Giappone, visto che giorno dopo giorno si allunga la lista dei Paesi che chiedono soccorso.
Il successore di Paulson sarà con buona probabilità chiamato a gestire un periodo più o meno lungo di recessione, evitato finora dagli Stati Uniti grazie al contributo fondamentale delle esportazioni, la cui crescita è stata garantita dalla debolezza del dollaro, e dalla sostanziale tenuta dei consumi interni. La situazione ora è però cambiata, sia sul fronte valutario, sia su quello delle spese private, compresse dal delicato momento congiunturale e dalla debolezza del mercato del lavoro. Anche l’inflazione morde sempre meno, complice il forte calo delle quotazioni del petrolio (ieri in lieve recupero a 55,58 dollari il barile), con riflessi evidenti sui prezzi alla produzione che in ottobre hanno fatto segnare un calo record del 2,8%, il terzo da settembre. Bernanke ha dunque ulteriori margini per tagliare ancora i tassi, peraltro già su livelli estremamente bassi (sono all’1%) visto che nessuno negli Usa ha finora ipotizzato uno scenario deflazionistico così come va profilandosi in Gran Bretagna, dove l’aumento dei prezzi al consumo è calato il mese scorso al 4,5% contro il 5,2% di settembre. È il raffreddamento più consistente degli ultimi 15 anni.
Lunedì scorso il commissario Ue agli affari economici, Joaquin Almunia, aveva lanciato l’allarme deflazione, un monito che ieri mattina aveva messo di cattivo umore le Borse del Vecchio continente, che a fine seduta sono comunque riuscite a recuperare 77 miliardi di euro di capitalizzazione sull’onda del temporaneo rialzo di Wall Street che però dopo essere scesa anche pesantemente in territorio negativo è riuscita a chiudere bene con il Dow Jones a più 1,83% e il Nasdaq a più 0,08%.
Ben peggiore è però il bilancio 2008 delle banche europee quotate: 1.000 miliardi in meno di valore borsistico, pari a un ribasso dell’indice di settore del 63%. Dopo Ubs (-71,5%), la performance più negativa è quella di Unicredit (-68,8%), seguita da Intesa Sanpaolo (-57,7%).