Paulson taglia la strada a Gm: «Gli aiuti solo per le banche»

Henry Paulson prova a blindare il piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari, «pensato per il settore finanziario», e dunque non utilizzabile per soccorrere l’agonizzante industria automobilistica Usa. Mettere dei paletti a difesa del pacchetto di aiuti destinati soprattutto alle banche non è impresa facile per un ministro del Tesoro uscente. Non lo è, in particolare, se il Congresso - sulla spinta della posizione pro-auto espressa dal neo presidente, Barack Obama - intende muoversi nella direzione opposta.
La terribile crisi in cui versa General Motors, ormai a un passo dal fallimento se non saranno reperiti in fretta almeno 10 miliardi di dollari cash, ha convinto molti parlamentari a stringere i tempi. Già la prossima settimana, una riunione straordinaria del Congresso servirà per la messa a punto di un disegno di legge destinato proprio a tutelare il comparto manifatturiero più in sofferenza. Al momento, infatti, risultano congelati i 25 miliardi stanziati il mese scorso in quanto legati a una normativa, ancora da definire, sulle emissioni nocive. Non è quindi esclusa, come vorrebbe il successore di George W. Bush, la possibilità di utilizzare subito una parte di quei 700 miliardi che Paulson vorrebbe riservare alla sola cura di un sistema finanziario «più forte e più stabile rispetto ad alcune settimane fa», ma che «resta fragile in un contesto di rallentamento economico». Parole risultate indigeste ai mercati, che per il secondo giorno consecutivo hanno inanellato una serie di ribassi robusti. È andata male in Europa (altri 164 miliardi di euro di capitalizzazione bruciata), dove Parigi ha chiuso in calo del 3,07%, Francoforte del 2,96% e Londra dell’1,52%. Giù anche Piazza Affari, con il Mibtel in ribasso del 2,24% e l’S&P/Mib del 2,33%. Decisa la flessione anche degli indici a Wall Street, con il Dow Jones arretrato del 4,73% e il Nasdaq del 5,17%. Si è invece mossa in controtendenza Gm, in recupero fino al 12%, nella convinzione di un intervento della mano pubblica.
Alle Borse sembra non essere piaciuto un altro passaggio dell’intervento in cui Paulson dichiara le intenzioni del Tesoro di non acquistare più gli asset tossici in pancia alle banche, ma di proseguire a iniettarne fondi direttamente nel capitale. Da inizio ottobre sono stati canalizzati verso il sistema creditizio 250 miliardi. Ne restano dunque 450, ma per evitare una pericolosa dipendenza dalle casse federali, in futuro gli istituti potranno chiedere finanziamenti solo per un ammontare pari ai fondi privati che avranno raccolto.
È un’altra sterzata rispetto alla configurazione originale del piano che si spiega con la necessità di liberare risorse per i consumatori. Secondo Paulson, oltre a concentrare gli sforzi sulle banche, occorre anche «sostenere il credito al consumo in settori come quello delle carte di credito, dei prestiti per le auto e per gli studenti».