La paura degli italiani in fuga da Beirut e bloccati al confine

Emanuela Fontana

da Roma

La fuga dalla guerra è stato un viaggio lunghissimo per i quasi 500 italiani e cittadini europei rientrati via terra e via cielo dal Libano, con autobus colorati di bandiere italiane, le stesse sventolate una settimana fa per la vittoria della nazionale, e, attraverso Siria e Cipro, con due voli commerciali Alitalia e Air One. Sono state infatti sospese in serata due staffette annunciate di aerei militari, fermi per «problemi tecnici». I primi 340 evacuati sono arrivati nella notte a Fiumicino, per gli altri ci sarà probabilmente il rientro oggi. Un piano di evacuazione, quello messo in campo da Unità di crisi della Farnesina e ministero della Difesa, che sarà coordinato con mezzi militari. Il ministro della Difesa Arturo Parisi ha dato il via libera all’invio di due aerei C-130 dell’Aeronautica e della nave «Durand de la Penne», il cacciatorpediniere lanciamissili di 147 metri che già stazionava nelle acque del Libano. La nave il mese scorso ha partecipato all’esercitazione della Marina «Mare aperto 2006», che prevedeva l’evacuazione di cittadini italiani in pericolo da un Paese estero. «Naturalmente - si legge nel comunicato della Difesa - l’impiego dei mezzi militari ha carattere umanitario». Di coordinamento alle operazioni di rimpatrio, si precisa dal ministero degli Esteri.
Sono soprattutto imprenditori, commercianti e turisti gli italiani che hanno deciso di venire via dall’inferno di Beirut, una città «surreale» secondo il racconto della giornalista Claudia Gentili, collaboratrice del quotidiano Il Messaggero, che si trovava a Beirut per un matrimonio. Alcuni quartieri della Capitale sono devastati dalle bombe. In altri «si inaugurano locali, i turisti continuano a fare il bagno nelle piscine degli alberghi, i negozi sono aperti e la gente fa normalmente shopping». Gli italiani presenti in Libano secondo i dati del ministero degli Esteri sono 1.318. Alcuni devono rimanere per urgenti motivi di lavoro: spetterà alla scelta personale decidere se rientrare in Italia o restare nel Paese bombardato.
Inizialmente era previsto l’arrivo già nella serata di ieri di circa 490 persone, di cui la maggior parte italiani e alcuni cittadini europei, soprattutto austriaci. Ma i problemi legati all’utilizzo di due aerei militari attesi nella serata a Ciampino hanno dovuto ridimensionare la prima evacuazione e circa 150 persone, come risulta dai dati sui passeggeri, non hanno trovato posto nel primo viaggio verso l’Italia.
Il rientro è avvenuto in diverse fasi. In un primo tempo i connazionali sono stati portati con una carovana di autobus fino in Siria, attraverso il valico di confine di Al-Abbudieyh. Ma il convoglio è rimasto a lungo fermo alla frontiera libanese-siriana. L’ambasciatore italiano a Damasco Francesco Cerulli ha dovuto sbloccare la situazione con una serie di telefonate per risolvere l’ostacolo «burocratico» che si era aggiunto al già difficile rientro. I nove autobus sono arrivati da Latakia, da dove aerei militari hanno provveduto a una prima staffetta verso Cipro, e da lì gli evacuati sono stati imbarcati verso Roma.
Prefettura e protezione civile della capitale si sono incaricate dell’accoglienza, con una task force formata da funzionari della prefettura, personale medico del 118 e volontari. Sono state attivate le Ferrovie dello Stato per i rientri nelle città di origine. Sono stati comunque organizzati, spiegano dalla prefettura, posti in albergo per la notte.
La missione di rimpatrio sta creando però alcune perplessità nell’opposizione. Il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, dice di augurarsi che «l’impiego dei mezzi militari, ovvero la dislocazione in acque internazionali al largo del Libano di una unità maggiore della Marina militare e l’impegno di due C-130 dell’Aeronautica abbiano solo carattere umanitario e possano favorire l’evacuazione di nostri connazionali dal Libano». Sono «ancora fresche le ferite» chiarisce, dei cacciabombardieri inviati in Kosovo dal governo d’Alema «in assenza di una deliberazione del Consiglio dei ministri e men che meno del Parlamento».