La paura dei musulmani britannici «Adesso gli inglesi ci odieranno»

«Ma per fortuna questa città ha una grande tradizione di convivenza»

Luciano Gulli

nostro inviato a Londra

Il grosso Tir sbuca dalla Old Marylebone Road, preceduto da quattro poliziotti motociclisti, e si infila nella Chapel street. Nessuna insegna, sul Tir. Niente targa. Niente di niente. Un camion dei servizi, dicono i colleghi della stampa inglese che aspettano disciplinatamente, al di qua del nastro bianco e rosso, di vedere qualcosa laggiù, a un centinaio di metri da qui, dove c’è la stazione del metrò di Edgware road.
Dall’altra parte della via, altri poliziotti, altro nastro, e un separé metallico che chiude la strada. Ai piedi di un paletto della segnaletica stradale, a un passo da un magazzino della catena Marks & Spencer, cinque o sei mazzi di fiori: garofani, margherite. Cielo plumbeo, passanti che filano in fretta, e passanti che filano più in fretta degli altri. Col capo velato, se sono donne; e talvolta anche con la veste nera, lunga fino ai piedi, l’abaya.
Vanno via lesti, i tanti musulmani che abitano nel quartiere che si allarga a nord di Hyde park, tra Marble Arch e il museo dedicato a Sherlock Holmes. Come se fossero a disagio, tra i tanti fotografi e le telecamere che cercano facce scure da riprendere. Sono commercianti, in genere. Gente che è in Inghilterra da una vita, che si è ben integrata, che guadagna, che ha assimilato anche il modo di pensare dei cittadini di Sua maestà; e che se ci è nata, si sente a buon diritto londinese. Come Yasmin Mohsen, 21 anni, figlia di egiziani, che lavora all'internet point messo su dal fratello maggiore. E che se potesse, dice, manderebbe gli autori degli attentati «in una prigione come la Torre di Londra, come si usava una volta, e getterei via la chiave».
Preoccupato, a disagio è anche Ahmed Mohammed, 36 anni, irakeno di Bagdad, a Londra da 12 anni, negozio di telefonini e parabole sulla Edgware road, vicino al ristorante libanese Fatoush. «Non mi piace, l’atmosfera che sento crescere intorno. Gli inglesi non ci odiano ancora, ma è un sentimento che crescerà. Ripassi tra due settimane, e vedrà. Anche se qui non è come in America, certo. Quelli sono stupidi, tagliati con l’accetta, e fanno di ogni erba un fascio. Sei musulmano? Allora sei colpevole, o quasi colpevole, a prescindere. Londra è una realtà diversa. Qui c'è una lunga storia di integrazione, di convivenza».
«Il macello che hanno fatto questi terroristi è contro l’Islam e contro Dio. Allah ha predicato la pace», perora Salma Said, 49 anni, sudanese. «Questi cani che hanno ammazzato e ferito tanti innocenti vengono dal nord Africa, o dal Pakistan. Gente pagata dagli Stati del Golfo, sauditi in testa», analizza il pensionato iraniano Said Kakai, 65 anni, nel suo bel gessato grigio.
Chi sono, i cani che Yasmin chiuderebbe nella Torre di Londra? A Scotland Yard, scrive il Times, scuotono sconsolati la testa, ammettendo la «sorpresa» dell’attacco, mentre una fonte anonima ammette: «Eravamo orgogliosi del lavoro di prevenzione svolto finora; ma forse dobbiamo fare macchina indietro e rivedere tutto da capo». I radicali, gli estremisti, i fiancheggiatori di Al Qaida sono qui, in mezzo a noi, sparpagliati fra la metropoli e le periferie di altre cento città. Frequentano le moschee radicali, come quella di Finsbury park, ma senza esporsi. Hanno imparato a vivere sottotraccia, come sgombri nel branco, gli uni uguali agli altri. Ma attenti a non farsi infiltrare.
Eppure, scrive sempre il Times, i servizi di sicurezza spagnoli avevano avvertito i colleghi di Londra della possibilità che un attacco sullo stesso stile di quello madrileno era in vista. Ma per trovare il bandolo della matassa, per avere qualcosa di solido su cui poggiare i piedi bisognerebbe almeno sapere dove è andato a finire Mustafa Setmariam Nasar, siriano, legato ad Al Qaida, sospettato di avere sceneggiato le stragi di Madrid dell’11 marzo. Le autorità spagnole sono convinte che Nasar abbia seminato «cellule dormienti» in Inghilterra, Francia e Italia. Personaggi che sembrano essersi volatilizzati, dopo gli attentati di Madrid. E altri del tutto «puliti», venuti a rimpiazzare i vuoti improvvisi. Come quello lasciato da Idris Bazis, 41 anni, franco-algerino con casa a Manchester. Di lui le autorità inglesi impararono qualcosa solo dopo aver saputo che Idris si era fatto saltare in aria a febbraio in Irak, in una missione suicida. Idris come Sajid Badat, 25 anni, pizzicato per caso nel 2003 a Gloucester. Ma solo perché alla fine non aveva avuto il fegato di imbarcarsi su un aereo diretto negli Usa indossando le scarpe col tacco esplosivo che gli trovarono a casa, e si era messo a piagnucolare in giro.