«Paura» e «Il gatto»: la crisi matrimoniale vista da Zweig e Simenon

Quando non ha la fortuna di scoppiare per rinascere, separata, altrove, alimentando la moltiplicazione cellulare che reitera il mondo, alla coppia restano due possibilità: sciogliersi nell’autunno dell’indifferenza oppure svuotarsi di contenuti, mantenendo soltanto il simulacro di se stessa, come tassa da versare alle convenzioni sociali. Questo ci dice la vita. E questo ci confermano due brevi romanzi o lunghe novelle riproposte ora da Adelphi. Il gatto, di Georges Simenon (pagg. 166, euro 10, trad. Marco Bevilacqua) e Paura, di Stefan Zweig (pagg. 114, euro 10, trad. Ada Vigliani) mancavano nelle nostre librerie rispettivamente dal ’69 e dal ’45: due eternità. Nel frattempo miliardi di coppie sono scoppiate, ma poche si sono sciolte come quella raccontata dal belga e poche si sono svuotate come quella narrata dall’austriaco.
Émile Bouin e la sua signora Marguerite a Parigi. Fritz Wagner e la sua signora Irene a Vienna. In Simenon la «colpa» sta, mascherata da «ragione», dalla parte dell’uomo, in Zweig dalla parte della donna. In Simenon la «telecamera» dell’autore segue il marito, in Zweig la moglie. (A proposito di telecamere, entrambe le opere sono state trasposte al cinema, la prima da Pierre Granier-Deferre nel ’71, con i grandissimi Jean Gabin e Simone Signoret, la seconda da Roberto Rossellini nel ’54, con il gelido Mathias Wieman e la tormentata Ingrid Bergman.)
Vedovi, senza figli, settantenni e al secondo matrimonio, i Bouin vivono da separati in casa da quando lei, più o meno volontariamente, causò la morte del gatto Joseph, adorato da lui (che poi si rifarà accanendosi sul pappagallo di lei...). Non si sfiorano e non si scambiano mezza sillaba, comunicano tramite bigliettini, ognuno va a fare la spesa e si prepara da mangiare per conto proprio. Si temono, si augurano che sia l’altro ad andarsene per primo al Creatore. Dopo otto anni sotto lo stesso tetto in un more uxorio formale, vivono di ricordi e rimpianti.
Anche i Wagner (curiosa coincidenza) sono sposati da otto anni. Ma la loro scialba routine vagamente allietata dai loro due bambini, proseguirebbe per chissà quanto ancora se lei, affascinante trentenne, non avesse ceduto, per noia e per vanità, alla corte di un artistucolo bohémien, e soprattutto se la tresca non fosse stata scoperta da una volgare popolana sedicente fidanzata del ragazzo, la quale per riprendersi il maltolto usa l’arma del ricatto e dell’estorsione: sgancia la grana, altrimenti spiffero tutto al tuo caro consorte avvocato di grido.
Simenon scava in profondità nell’animo di Émile e Zweig fa altrettanto in quello di Irene. Per Émile: «Non c’era alcuna somiglianza fra le tre donne, fra sua madre e Angèle \, fra loro due e Marguerite, e tuttavia, quando era nel dormiveglia, tendeva a confonderle». E per Irene: «sarebbe stato capace, il marito, di comprendere che lei non aveva amato un uomo, bensì l’avventura? Che anche lui era colpevole per la sua troppa bontà, per averle offerto una vita senza affanni, nella quale il carattere le si era infiacchito?». L’esistenza di Émile è irrisolta in quanto finita nel vicolo cieco di un’annichilente consuetudine che la scappatella di pochi giorni dalla barista Nelly non basta a lenire; e quella di Irene viene sconvolta dalla scoperta che «la voluttà sempre si annida nella paura» e che l’«orrore per la trasgressione» genera «orgoglio». Il burbero ispettore dei lavori pubblici in pensione è vinto dalla semplice “idea” della Donna (madre, fidanzata, amante, moglie): «In fin dei conti, avevano tutte lo stesso sorriso, il sorriso di chi è consapevole che vincerà la partita...». E alla dama altoborghese è fatale il passo compiuto verso l’affrancamento dalla schiavitù coniugale: «Come acido nitrico, l’angoscia corrosiva aveva disgregato la sua vita scomponendola negli elementi costitutivi».
Le due coppie di Simenon e Zweig non possono rigenerarsi in una catartica esplosione, ma soltanto sciogliersi la prima e svuotarsi la seconda. Ma la morte, la malattia e il lasciarsi vivere valgono meno di zero quando a sorreggerle non c’è neppure un barlume d’amore.