Paura di fughe: Fidel porta tutti a casa

Stavolta, nell’ombra, hanno lavorato Fidel Castro e i suoi fedeli. Nei giorni scorsi il Lider Maximo si è infuriato secondo l’antica indole di fustigante dittatore. Colpa del solito vizietto della gente sua, catalogato alla voce: fuga per la libertà. Che talvolta include un retropensiero: meglio i dollari americani che la stretta di mano di Fidel. E infatti, durante i giochi panamericani in Brasile, se ne sono andati in quattro: Rafael Da Costa, nazionale di pallamano, Lazaro Lamelas Ramirez, allenatore di ginnastica, Erislandy Lara e Guillermo Rigondeaux, campioni della boxe. La fuga di Rigondeaux è stato il vero colpo al cuore per Fidel: oro ad Atene e Sydney, il pugile era nella fantasia collettiva il naturale erede di Stevenson e Savon, due monumenti della boxe. Castro c’è rimasto malissimo, ed ha sparato le solite bordate. «I pugili cubani sono stati messi a terra da un colpo alla mascella pagato con dollari Usa». E via dicendo contro le mafie che lavorano nell’ombra.
In verità la fuga di pugili è cominciata nel 1991 e il ritornello comincia ad essere un po’ stantio. Fidel se n’è persi tanti: tre all’inizio di quest’anno, Bartelemy, Gamboa e Solis, campioni ad Atene 2004, finiti ad Amburgo in una scuderia turco-tedesca. Ogni tanto una goccia: avvelenata quella che convinse Joel Casamayor, campione olimpico dei gallo nel 1992, fuggitivo prima di ripresentarsi sul ring di Atlanta ’96. Casamayor non gradì quando il governo gli regalò una bicicletta, per ringraziarlo del suo oro. Meglio una carriera «Usa e incassa». Che lo portò a divenire campione credibile. Conquistò due mondiali: leggeri jr e leggeri. Castro avrà continuato a vederlo in tv.
Stavolta c’era puzzo di una fuga di massa. Allora che fare? Riportarli tutti a casa. Subito. E infatti la delegazione cubana ha lasciato Rio notte tempo, allo stesso modo di quelli che prendono il mare fuggendo dall’Isola. Era previsto un rientro in aereo, ieri ed oggi, invece i 240 atleti sono stati caricati su sei bus e due camion, e via verso l’aeroporto. Pazienza, poi, se la squadra di pallavolo non è salita sul podio per ritirare la medaglia di bronzo.
Purtroppo la storia delle fughe per la vittoria è solo nei film. La realtà è ugualmente un romanzo, ma con diverse sfaccettature. Valga per tutte quello di Nadia Comaneci, «The perfect Ten», la regina della ginnastica che arrivò al confine ungherese con cinque disperati in fuga dalla Romania di Ceausescu, fino ad incappare nelle mani di uomini che l’avrebbero sfruttata. Ci volle tempo e buona stella prima di trovare benessere e cittadinanza Usa. Ne sanno qualcosa ragazzi e ragazze cubane della pallavolo: hanno chiesto asilo inventandosi di tutto. Josè Ariel Contreras, detto Titano, il più grande lanciatore del baseball, ha tradito la patria ricevendone in cambio 32 milioni di dollari. Ma la famiglia ha sofferto prima di filarsela da sotto il naso degli uomini di Fidel.
Il mondo dei fuggitivi è variegato. Ci fu un esodo di massa durante i mondiali militari di calcio nel 2003 a Catania: cingalesi, afghani, ragazzi del Ciad. Nove afghani fuggirono prima di una partita di calcio che doveva giocarsi a Verona per beneficenza. C’è beneficenza e beneficenza. Nel 1997, 16 ragazzi della nazionale etiope chiesero asilo in Italia: qualcuno trovò rifugio, sei tornarono a casa. Durante i Giochi di Atlanta il portabandiera iracheno, che aveva sfilato con aria fiera e compita durante la cerimonia d’inaugurazione, tagliò la corda dal villaggio olimpico. Spiegò così il gesto: «Sotto Saddam Hussein, il mio Paese è diventato un lager». E Bush gli ha creduto.