Paura dopo l’attentato Sulla città torna l’incubo di un autunno anni ’70

Una manciata di giorni, non di più. Sono tempi serrati quelli che la Procura e la Digos hanno in mente per chiudere almeno la prima fase delle indagini sull’agguato di giovedì sera al direttore di Libero Maurizio Belpietro. La magistratura intende non solo capire cosa sia esattamente accaduto in via Monte di Pietà, ma anche capire come l’episodio si collochi in uno scenario complesso come quello della violenza politica a Milano. Uno scenario che in questi mesi è stato costellato di allarmi veri e falsi, di episodi a volte oggettivamente gravi, a volte ingigantiti. E dove l’«episodio Belpietro» costituisce, qualunque sia la sua reale natura, una novità drammatica. Perché, per la prima volta da molti anni a questa parte, spunta la canna di una pistola. Il colpo non è partito, ma la descrizione che l’agente ha fatto della pistola è precisa ed è, dettaglio inquietante, perfettamente simile a quella delle armi in dotazione alle forze di polizia.
La presenza dell’arma costituisce un salto di qualità rispetto a tutti gli atti di violenza grandi e piccoli che hanno contrassegnato questi mesi. Percorrendo a ritroso le cronache, il più violento è l’attentato del 15 dicembre scorso all’università Bocconi. Ma trovare dell’esplosivo per un ordigno rudimentale è relativamente facile. Procurarsi un’arma corta da guerra come una 9 parabellum richiede collegamenti e contatti di tutt’altro genere.
Ieri Alessandro M., 44 anni, assistente capo della polizia, l’uomo della scorta di Belpietro che si è trovato faccia a faccia con l’aggressore, ha raccontato agli inquirenti ogni dettaglio. Ripetendo ossessivamente che «era andato tutto come sempre».