La paura di perdere il postoagita nuovi frondisti nel Pdl

Timore nel partito: molti pronti a sostenere un governo tecnico. E Scajola pena a un suo gruppo: il voto? Ora è la cosa peggiore

RomaIl Pdl si stringe attorno al premier, deciso a far approvare le misure concordate con l’Europa a fronte di un suo passo indietro subito dopo il via libera. E poi: elezioni. Tuttavia nel partito aleggia l’incubo smottamento. Un primo sentore arriva proprio dagli scajoliani che fanno sapere che «Noi vogliamo il bene del Paese e in questo momento l’ultima cosa che serve è il voto». Gli uomini dell’ex ministro sarebbero addirittura favorevoli ad appoggiare un governo Monti. E la stessa posizione «no urne» è fatta propria da alcuni malpancisti, pronti pure alla creazione di un gruppo autonomo. «Quel che è sicuro è che da domani comincerà il fuggi fuggi dal Pdl. Gli altri partiti si ingrosseranno per evitare le elezioni...», sintetizzano.

Subito dopo il voto che certifica che la maggioranza, sul rendiconto generale dello Stato, è ferma a 308, in Transatlantico l’atmosfera è plumbea. La linea ufficiale è quella del vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi: «Oggi non siamo stati sfiduciati e non vedo perché il premier debba andare al Quirinale. Sono successe tre cose: primo, è stato approvato il rendiconto; secondo, si è visto che l’opposizione non è in grado di sfiduciare il governo altrimenti si sarebbero fatti contare; terzo, c’è una maggioranza che però deve verificare se è in grado di mantenere gli impegni, magari attraverso l’allargamento ai centristi».

Il ministro Brunetta, invece, punge l’opposizione: «L’ennesimo gioco di prestigio di una opposizione che è e rimane minoranza ma che si annette gli assenti per sembrare più grande. Nessuno vuole negare che oggi la maggioranza abbia subìto una contrazione. Ma la minoranza non deve dimenticare che per sostituirsi a Berlusconi occorre assai più dei voti fantasma degli assenti. Anche perché le sue divisioni sono tali da rendere puramente virtuale l’ipotesi di un’alternativa politica. Voti fantasma e maggioranze virtuali, quindi». E anche Osvaldo Napoli pianta i paletti: «Il governo va avanti ma ad aprire la strada deve essere stavolta il ministro Tremonti e i ministri economici. Il maxi-emendamento deve approdare subito alla Commissione Bilancio di Palazzo Madama e il ddl salva-debito va licenziato entro venerdì. Una volta messe le carte in tavola - conclude Napoli - allora e solo allora il premier potrà, e dovrà tirare le somme». Avanti, quindi. E se si deve proprio morire che sia «una bella morte»: in Aula, col petto in fuori, obbligando le opposizioni a sparare non tanto contro il Cavaliere, quanto alle misure pretese dall’Europa. E se sarà caduta, bando a qualsiasi altro governo, come sottolinea il ministro Saverio Romano: «Se non si dovessero avere i numeri alla Camera non c’è alternativa che andare al voto». Il ministro Rotondi va oltre: «Se la Camera sfiducerà il governo al contrario del Senato siamo nell’ambito dei casi da manuale di scioglimento delle Camere».

Il problema è che molti pidiellini temono che, quando la parola d’ordine sarà «elezioni», proprio il Pdl potrebbe letteralmente sbriciolarsi. Già oggi si racconta di «malpancisti in sonno», pronti a dare ossigeno a un governo tecnico, pur di non giocarsi il proprio futuro nelle urne. Quanti sono non è dato sapere ma i più pessimisti parlano cinquanta, forse addirittura sessanta unità solo a Montecitorio. Un anonimo deputato fa il conto: «Stando ai sondaggi, se andassimo subito al voto, il Pdl manderebbe a Montecitorio 100 deputati. Oggi siamo 215. Bene: circa 100 rischierebbero la poltrona. Secondo lei staranno fermi? O cercherebbero di riposizionarsi per rimanere qui dentro almeno fino al 2013?».

E poi c’è un altro aspetto: una volta rassegnate le dimissioni, il boccino passa in mano al capo dello Stato che dovrà avviare le consultazioni. Sentiti i partiti, deciderà se dare l’incarico a qualcun altro o sciogliere le Camere. Ovvio che il Terzo Polo veda come fumo negli occhi le elezioni mentre verosimilmente Lega e Pdl chiederanno il ritorno alle urne per dar vita a un governo politico. Ma i dubbi che il Pdl possa tenere chiusi i recinti sono alti, altissimi. Anche perché, riconosce un deputato fedelissimo di Berlusconi, «la verità è Casini ha lanciato un’opa sul grande bacino di voti dei moderati, che resta maggioranza nel Paese. Ed è lui che ha ambizioni di leadership nel dopo Berlusconi». Insomma, una grana grossa come una casa per il segretario pidiellino Angelino Alfano. Il suo nome, indicato anche ieri come possibile premier dal leader della Lega Bossi, di fatto non è definitivamente bruciato.