Paura più forte delle promesse: i negozi chiudono

Alla fine tante scritte sui muri, un calcione contro il vetro antiproiettile di una banca, scambiata anche come vespasiano, centinaia di cocci di bottiglia per le strade, quasi tutte le serrande abbassate, tranne quelle dei negozi cinesi e delle grandi catene. Pure a Mc Donald's si poteva gustare hamburger e patatine fritte.
Nonostante l'invito lanciato dal sindaco Marta Vincenzi, i commercianti genovesi hanno avuto timore dei no global. A vincere è stata la paura. A tenere aperte le botteghe sono stati soltanto alcuni bar, anche se molti erano chiusi. All'inizio del corteo, alle 15,30 alla Stazione Marittima, gli unici in attività erano quelli agli angoli di piazza della Commenda «tanto qui siamo abituati tutte le sere a gente di ogni genere». A metà corteo, intorno alle 17, quelli del Blanco, in piazza Carignano, ritrovo di impiegati e giovani alla moda per il long drink del dopo ufficio, stranamente riempito da autonomi, no global e cobas, in eskimo, kefiah e sciarpe nere, che spendevano tranquillamente cinque euro per un bicchiere, rigorosamente di plastica, di birra alla spina. Indecisi, poi, se aprire o gustarsi le scene del corteo, nel primo pomeriggio i cinesi di via Gramsci. «Non capiamo che succede, ma gli altri tengono chiuso, tutti e ci adeguiamo anche noi». Per il resto, il fiume di striscioni inneggianti la libertà dei 25 black bloc indagati dalla procura genovese per i fatti del G8, è passato a ritmo di tamburi e degli immancabili slogan contro fascisti, polizia, carabinieri, a fianco di saracinesche abbassate lungo tutto l'angiporto. I commercianti hanno riaperto soltanto quando è cominciato a calare il sole e la coda del corteo ormai stava già andando su, verso Carignano.
Alle 16,30 in via Corsica, comunque, il vuoto totale. Tutti barricati in casa. Tutti i negozi in festa. «Un mancato guadagno a pochi giorni dal Natale - spiega un commerciante -. Ma non potevamo tenere aperto, abbiamo deciso di chiudere. Chi se la sentiva di sfidare i no global? Nessuno». «Forse è stata un'esagerazione - spiega un pensionato residente a Carignano - in molti se ne sono andati in Riviera. Chi non poteva, anziani come me, se ne sono rimasti chiusi in casa. E poi non fa caldo. Sono sceso soltanto per dare un'occhiatina alla manifestazione. Ne parlano tutti i telegiornali. Passano e vanno via, speriamo non spacchino tutto come era successo durante il G8».
Poco dopo le 17 la testa del corteo festante e schiamazzante arriva alla chiesa di Carignano. L'imbuto fa fermare un pochino i partecipanti che si scaldano le mani e battono i piedi. Gli slogan diventano forti. Sulla facciata della caserma qualcuno scrive «Contro tutti gli eserciti Nassiriya docet». Altri imbrattano i muri dei palazzi signorili con scritte contro la polizia «Sbirri infami». La metà del corteo, dove ci sono le bandiere nere degli autonomi, incontra la prima banca del percorso genovese. Fino a via Nino Bixio c'erano soltanto i negozi di via Gramsci e Sottoripa. Ora non si scherza. Un drappello di tre giovani, al massimo ventenni, accento lombardo, si stacca. Il più alto si copre il viso con la sciarpa nera e il cappuccio del giubbotto scuro. Tira un calcione al vetro antiproiettile della Unicredit. Un altro, armato di bomboletta spray, imbratta le vetrine «banche assassine», «Fuoco alle banche», «La pagherete».
Un altro drappello scambia il bancomat per un angolo di un vespasiano. Poi si guardano intorno. La gente si volta. Nessuno li aiuta. Alcuni scuotono la testa. I tre se ne vanno via infilandosi nuovamente nel corteo. Tutto finisce lì. In via Fieschi la testa del corteo avanza fino a piazza De Ferrari dove c'è il comizio-concerto fino alle 19,30. Fra due ali di saracinesche abbassate.