In pausa ora si fa di tutto, ma non il pranzo

C’è chi approfitta delle ore libere per correre, seguire corsi di nuoto o
di inglese, dedicarsi allo shopping o pregare. Sono sempre meno quelli
che invece si siedono a tavola a mangiare: piuttosto preferiscono una
lezione di cucina

«Le ore più produttive sono proprio quelle in cui ci si accinge a pranzare. Chiunque svolga un’attività in modo autonomo, abolirebbe la pausa pranzo». Quando nemmeno due anni fa, il ministro per l’Attuazione del programma di governo, Gianfranco Rotondi, pronunciò queste parole, ci mancò poco che venisse considerato un eretico. E nonostante tenne a precisare che la sua non era altro che un’opinione personale, fu considerato quasi come uno che volesse rivoluzionare gli stili di vita degli italiani.

A distanza di poco tempo, sembra invece che il ministro avesse intuito i cambiamenti della società. Perché la pausa pranzo è andata in pausa. Nel senso che ormai sono tantissime le persone che la vedono come un impiccio, un ostacolo alla produttività o un’occasione per fare dell’altro. Basta una piccola ricerca per rendersi conto della mole di proposte ad hoc: corsi di yoga, pilates, palestra, nuoto, jogging, ballo. Tutto realizzato in quel fatidico lasso temporale che va dalle 12.30 alle 14.30, minuti in più, minuti in meno. Pausa pranzo al ristorante? No, grazie. Preferisco andare a lezione di inglese, pregare o passeggiare in bicicletta. C’è addirittura chi al consumare il cibo preferisce imparare a cucinarlo, frequentando dei corsi di cucina. O chi si è inventato il brunch-lift, un rapido intervento chirurgico per rilassare volto e collo, effettuato in poco meno di due ore. Quelle del pranzo, appunto.

Per non parlare poi di quelle donne che piuttosto che saziare l’appetito decidono di saziare il desiderio consumistico. E tornano a lavoro piene di sacchetti dopo aver fatto shopping. E come non citare poi i fedifraghi della pausa pranzo? Un’attività che, tra le 14 e le 15, trova il momento perfetto per la sua realizzazione. Almeno così dice una ricerca del 2010 fatta dall’associazione dei matrimonialisti italiani, secondo cui sei volte su dieci si tradisce proprio in pausa pranzo. Tradimenti reali oppure virtuali, tramite social network come gleeden.com, sito dedicato a chi desidera una relazione extraconiugale e che solo in Italia conta più di 90mila iscritti.

E dove si tradisce di più? Naturalmente nella città più produttiva: Milano. Infine, c’è la categoria degli stakanovisti. Quelli che se potessero l’abolirebbero, la pausa pranzo. Quelli che continuano a lavorare mangiando e che non si fermano mai. Naturalmente in mezzo a tutto questo, ci sono anche quelli che alla pausa pranzo classica non rinuncerebbero mai.