Pavia, nebbia fitta. L’inchiesta su Chiara riparte da zero

Dopo 12 giorni sembra arenarsi l'indagine sull'omicidio di Garlasco. Appaiono sempre più labili gli indizi contro l'unico indagato, il fidanzato della vittima. Il procuratore Lauro: "Si tratta di un caso complicato, per niente chiaro, perché ancora non è chiaro il movente, e quindi non sappiamo in che direzione andare. Per questo l’indagine si svolge a tutto campo"

Garlasco (Pavia) - Prima un appello alla stampa: «Vi prego fate un passo indietro, sono coinvolte delle persone che potrebbero rimanere marchiate a vita. Non dovete sbattere alcun mostro in prima pagina fino a che non ci sono elementi per farlo». Poi un’affermazione molto forte sul giallo di Garlasco: «Si tratta di un caso complicato, per niente chiaro, perché ancora non è chiaro il movente, e quindi non sappiamo in che direzione andare. Per questo l’indagine si svolge a tutto campo». Il procuratore capo di Vigevano Alfonso Lauro non si nasconde dietro un dito e ammette tutte le difficoltà delle indagini e di come gli inquirenti si stiano aggrappando ai risultati degli specialisti del Ris, attesi per lunedì, per avere dati certi da cui far ripartire le indagini.

Indagini che ormai da lunedì sono ferme all’avviso di garanzia consegnato ad Alberto Stasi, 24 anni, fidanzato della vittima. Il ragazzo aveva passato insieme a Chiara Poggi, 26 anni, la serata di domenica 12, poi se n’era tornato a casa perché preparare la tesi di laurea. La mattina dopo si è seduto al computer, limitandosi a lanciare qualche messaggio al cellulare della giovane. Non ottenendo risposta verso le 14 è andato a vedere cosa fosse successo, è entrato e ha trovato Chiara morta, la testa martoriata da quattro colpiti inferti con un pesante oggetto. Alberto è corso dai carabinieri ma si è presentato con scarpe a abiti perfettamente puliti mentre, vista la quantità di sangue sul pavimento e sui muri, avrebbe dovuto avere almeno qualche macchiolina. Inoltre ha riferito di aver visto il volto della fidanzata «pallido». Invece era coperto di sangue.

Due incongruenze che gli costano lunedì 20 l’avviso di garanzia per «omicidio premeditato». I carabinieri gli perquisiscono casa portano via tutti le possibile «armi del delitto», gli sequestrano il computer per verificare se effettivamente abbia scritto la tesi. Si portano via anche tre veicoli e due bici, possibili mezzi usati per fare il tragitto da casa sua, in via Carducci, a quella della vittima, via Pascoli.
Incongruenze che il legale di Alberto, Giovanni Lucido, liquida con un lapidario: «Gli indizi devono essere smentiti o suffragati da prove valide». Per poi aggiungere: «In quelle condizioni non poteva che essere in stato di stress se non nel panico, esterrefatto, traumatizzato». Lucido poi racconta che qualche giorno fa in caserma, durante uno dei tanti interrogatori, Alberto è stato abbracciato dalla mamma di Chiara che gli ha sussurrato: «Sono certa che non sei stata tu».

I carabinieri, diretti dal colonnello Giancarlo Sangiuliano e dal capitano Gennaro Cassese, si sono mossi in tutte le direzioni in cerca di indizi. Tanto per capirci ieri hanno sentito la nonna di Chiara, che abita in centro ed è mezza inferma, e la cameriera della pizzeria che domenica sera ha venduto ai due un paio di «margherite». Ma non sono emersi amanti segreti, spasimanti respinti, odi o gelosie particolari.
In cerca di riscontri gli investigatori hanno sguinzagliato gli specialisti del Ris che, oltre alle auto e alle bici, hanno prelevato dalle abitazioni Poggi e Stasi scarichi dei bagni, residui organici, impronte digitali, oggetti vari. Tutto analizzato con la massima urgenza. Tanto che forse già lunedì prossimo i primi risultati dovrebbero essere consegnati in procura a Vigevano per essere poi discussi dallo stesso procuratore capo Lauro, dalla sua sostituta Rosa Muscio e dai carabinieri.

Ma dalle parole dello stesso Lauro emerge una grande cautela: «Di sicuro sappiamo solo che la povera ragazza è stata uccisa» poi nessuna idea sul movente, nessun sospettato alternativo ad Alberto. Il magistrato quindi invita i giornalisti a fare un passo indietro e non fornire troppi particolari sulle persone coinvolte nell’inchiesta «tutte perbene, tutte al di sopra di ogni sospetto» perché «Quanti saranno coinvolti, resteranno marchiati a vita da queste indagini e questo non è corretto. Oggi è capitato a loro e domani può capitare a ciascuno di noi».