Pazienti e medici: il tifo in corsia

Matthias Pfaender

Ospedale San Paolo, zona sud di Milano: 635 posti letto, un bacino d’utenza di circa mezzo milione di cittadini, polo universitario, riconosciuto dal ministero della Salute quale «Ospedale di rilievo nazionale». Chi vi ci fosse recato ieri, dalle quattro alle sei di pomeriggio, difficilmente avrebbe pensato di trovarsi all’interno di un’azienda ospedaliera di tale livello. Megaschermo al plasma nell’atrio di entrata, un centinaio di persone intente a tifare la nazionale. Studenti del policlinico, degenti, infermieri e anche qualche medico di passaggio: tutti a seguire le gesta degli azzurri impegnati contro la Repubblica ceca nella terza partita dei mondiali. Un angolo di tifo ritagliato fra un turno e l’altro.
«Questo è un caso particolare di un servizio che da quasi 5 anni offriamo ai pazienti - spiega Roberto Rossi, direttore dell’Ufficio relazioni con il pubblico -. Di solito su questi schermi vengono trasmessi concerti o film, ma per la nazionale facciamo volentieri un’eccezione». Per la gioia di tutti, a considerare dal numero di persone che fanno il tifo nell’atrio. Un anziano signore è davvero entusiasta: «Sono appena uscito dal Day hospital, e credevo che avrei perso l’inizio della partita, dato che non ce l’avrei fatta ad arrivare a casa per tempo; adesso seguirò qui tutto il match». «Ma c’è di più - sottolinea Rossi -. Ci stiamo organizzando, allestendo un televisore in ogni stanza di degenza, affinché tutti i ricoverati possano seguire le partite dei mondiali. Questo farà bene allo spirito dei malati, e quindi anche alla loro salute: essere ricoverati in ospedale è da sempre un’esperienza difficile. Lavoriamo affinché il disagio si riduca». L’obiettivo è stato raggiunto: persone costrette sulle sedie a rotelle, altre con le flebo attaccate, altre ancora con complicate fasciature sul viso, tutte a tifare insieme con entusiasmo come se fossero al bar o in piazza, trascinate dall’esuberanza degli studenti, sicuramente la compagine più fragorosa. «Sono qui a guardare la partita - racconta Giovanni Marfia, al quinto anno di medicina - ma se mi chiamano al cellulare devo rientrare subito». Ancora tanti anni di studio davanti, e già consapevole della respensobilità che il lavorare in ospedale comporta. Sono infatti i medici, i grandi assenti in questo atrio.
Tanti camici bianchi passano veloci per i corridoi, sorridendo per l’entusiasmo dei pazienti e buttando un occhio veloce al risultato, che poi racconteranno ai loro colleghi nei reparti. Un medico strappa al lavoro un momento di respiro, rinfrancandosi con una bibita e una manciata di azioni degli azzurri. «Sono appena uscito dalla sala operatoria - racconta Alessandro Bulfoni, ginecologo - e tra cinque minuti devo effettuare un altro intervento... ». E se stesse per far nascere il Totti del futuro?