La pazza Samp getta via il regalo Champions del «Pazzo»

GenovaIl Ferraris, strapieno e blucerchiatissimo, ci crede e il gol dell’1-3 di Pazzini all’ultimo minuto a Brema trasforma quella che avrebbe potuto essere una notte da incubo - con il ritorno della Champions a Genova diciannove anni dopo trasformato in una triste formalità, novanta minuti di attesa di un'eliminazione già scritta - in una notte da sogno. Perchè il bello è che ci crede anche la Sampdoria e si ricomincia ancora da lì, dalla testa di Pazzini che, dopo soli otto minuti, supera Wiese con il classico gol "alla Pazzini": cross in mezzo di Cassano, che non è quello inguardabile di Brema ma non è ancora Cassano, e lui che salta più in alto di tutti. E rende il sogno ancor più sogno, qualcosa di simile ad un orgasmo blucerchiato sei minuti dopo, quando il numero dieci doriano si inventa un'altra cosa da Pazzo: coordinazione in mezzo all'area, girata e splendido gol. Siamo al quattordicesimo e, in questo momento, il Doria è qualificato per la fase a gironi della Champions.
Cambia tutto e la partita per fare due gol diventa la partita per non prenderne. Come Pazzini crea, Curci e la difesa conservano e, a lungo, il Werder è solo l'ombra della squadra vista all'andata, come se il 4-1 subito dall'Hoffenheim nella prima giornata della Bundesliga, li avesse marchiati a fuoco. Certo, Ozil è partito alla vigilia dei play-off di Champions; certo, Naldo, il difensore migliore, non c'è come all'andata; certo, si è rotto anche Almeida; certo il tecnico tedesco Schaaf è venuto a Genova con soli sedici uomini, nemmeno il minimo sindacale per riempire la panchina. Certo tutto, ma nel primo tempo, il Werder è inguardabile persino più di quanto lo faccia sembrare inguardabile un bel Doria, che sfiora il terzo gol, sempre con Pazzini, al 39': salvataggio tedesco sulla linea.
Di Carlo, che aveva sbagliato tutto all'andata, all'esordio genovese sulla panchina blucerchiata torna Di Carlo, almeno fino alla mezz'ora del secondo tempo, quando subentra la paura di vincere. E la squadra che c'è in campo è costruita a sua immagine e somiglianza: non è più la brutta copia della Samp di Del Neri, ma ha un suo modulo simile a quello del Chievo dello scorso anno. Necessario e sufficiente a correre agli annali: l'unica volta che il Doria ha disputato la Champions, che per l'ultima volta si chiamava Coppa dei Campioni, nel 1991-1992, non ha mai perso a Marassi, arrivando in finale a Wembley. Che poi è lo stesso stadio della finale di quest'anno. Così, è una nota di cronaca, ma nelle notti di sogni anche le note di cronaca hanno un altro sapore.
Il Werder mette dentro anche Arnautovic, oggetto misterioso dell'Inter di Mou lo scorso anno. Ma non basta: il Doria, guidato in difesa da un centrale come Volta che viene dal Cesena e non ha mai visto la serie A, ma che gioca la Champions come un veterano, regge bene l'assedio tedesco. Fino al 3-0, con un colpo da biliardo di Cassano, che torna l'originale proprio al momento giusto. Ma il gol di Rosenberg, in pieno recupero, riapre tutto. Sembra la fotocopia a parti invertite della partita di Brema. Supplementari con mezzo Doria con i crampi. Pronti, via e incrocio dei pali di Marin, migliore in campo del Werder. Poi, al decimo del primo tempo supplementare, Pizarro segna il secondo gol tedesco che chiude la partita e caccia la Samp in Europa League.