«Pazzesco, corso Buenos Aires pareva Beirut»

La gente racconta scene surreali: «Hanno trascinato le macchine in strada e le hanno bruciate». «Ma che c’entriamo noi?»

Enrico Lagattolla

da Milano

Ci si aspettava il peggio, e il peggio è andato oltre. Trenta minuti di guerriglia urbana come a Milano non se ne vedevano da anni. Cento metri di corso Buenos Aires che sembrava di stare altrove. «Mai vista una cosa del genere, è successo tutto in un attimo». Celestino, 60 anni, sulla porta del suo negozio di articoli sportivi, sguardo a quel che resta dopo la «battaglia». «Hanno trascinato le macchine in strada e le hanno incendiate. A un certo punto, tra fuoco e fumogeni non si vedeva più niente. Sembrava Beirut».
Epicentro dello scontro, un’ora dopo. Domate le colonne di fumo, gli abitanti del quartiere si affacciano sulle rovine urbane. Una parola su tutte: «Paura».
«Un paio di esplosioni, poi il fumo nero. Nel giro di dieci minuti l’aria è diventata irrespirabile». Marco B., commercianti di elettrodomestici. Una bottega a fianco dell’«An point» andato in fiamme. Due vetrine ad angolo, una porta i segni della «lotta». Sfondata. «Hanno divelto il chiosco di un venditore ambulante, lo hanno distrutto e i pezzi li hanno usati come spranghe». Infranti i vetri, «hanno appiccato il fuoco, in un attimo il fumo è arrivato fino a noi. Abbiamo chiuso il negozio, e siamo scappati». Paura. «Molta». E rabbia.
Altre scene, stesse reazioni. Sfondata una vetrata del «Mc Donald’s», con tanto di scritta «al rogo» sulla parete accanto, con gli avventori che fuggono e le serrande che appena possibile vengono abbassate, e «terrorizzata» è Eleonora «perché avevano le spranghe, e sono passati davanti al mio negozio», e «per fortuna mi è andata bene». Tre vetrine risparmiate, solo l’insegna sfondata da una pietra. «Poteva finire peggio, ma cosa c’entriamo noi?». E peggio è andata a Wahid il cingalese, che lo scheletro della sua bancarella l’hanno usata per farci le spranghe, e a quel che avanzava hanno dato fuoco. «Ho fatto in tempo solo a scappare - racconta Wahid -, ho preso con me qualcosa, e me ne sono andato in fretta. Il resto è bruciato».
Ha rischiato l’edicola di Armando, che le fiamme delle auto incendiate l’hanno sfiorata, lasciando solo pochi segni. Ma «scene del genere non si sono mai viste. Qui di manifestazioni ne passano tante, ma una cosa così non mi era ancora successa. Ho rischiato, questi qui sono pericolosi». L’ennesima goccia, per i commercianti. «Siamo stufi di trovarci in queste situazioni, qualcuno deve intervenire. Questa è Milano, non Kabul». Per Roberto Balsamo, presidente dell’associazione dei commercianti del Corso, «è stata un’azione preparata».
E poi per la strada, i commenti che si ripetono uguali. «Perché non li hanno fermati prima?», o «chi c’è dietro?», e «quando partecipano queste persone, sai già come va a finire», con qualcuno che prova a ribattere che «però la manifestazione dei fascisti non la dovevano autorizzare», e allora ci scappa la lite con altri passanti. Fino a quando la strada si libera, e i resti della guerriglia vengono sgomberati. Paura passata, anzi no. «Sembravano gli anni di piombo - ripete Stefania, un negozio al civico 13, davanti alla carcassa carbonizzata di una Bmw a cinque zeri -. Davvero, questa giornata non me la scordo».