Pazzini, toscano d’oro che ha fatto nera Firenze

Via dalla Fiorentina, non smette più di segnare: ora sono 12 gol. "Ma la rete con il Montenegro ha proprio un sapore particolare". E mercoledì potrebbe giocare titolare con l'Irlanda

Non parlate ai fiorentini di Pazzini, Giampaolo Pazzini, classe 1984, da Pescia, Toscana schietta e umile, perché gli stranguglioni sono garantiti. Dal giorno della sua partenza per Genova, sponda Doria, è accaduto un miracolo calcistico. Raggiunto Mazzarri, vestita la maglia col cerchio blu, conosciuto e frequentato Cassano, ha preso a far gol in sequenza, dodici fino a ieri sera, Nazionale compresa, 8 in campionato, 3 in coppa Italia, il primo sigillo azzurro a Podgorica, Montenegro, la notte del debutto azzurro, per chiudere una contesa tenuta in bilico dall'1 a 0 di Pirlo.

Cosa è successo a Pazzini? Se lo chiedono a Firenze e non solo e la spiegazione più banale può diventare la chiave di lettura per spiegare agli infedeli di Firenze e dintorni il miracolo calcistico. «È come re Mida, tutto quel che tocca trasforma in oro» è il giudizio stregato di Marcello Lippi, tempestivo nel decretare la fine della prova di Iaquinta e di lanciare nella mischia quel ragazzo che da gennaio è diventato un altro. A volte è questione di piccole magie che cancellano minuscole maledizioni. «Lo so, i tre gol nel giorno dell'inaugurazione del nuovo Wembley con l'under 21, a Londra, mi rimarranno tatuati sulle pelle ma quello col Montenegro ha un sapore particolare» è l'unica frase che Giampaolo Pazzini riesce a declinare dinanzi all'assedio di taccuini e microfoni.

Già, proprio così: i gol si pesano, non si contano soltanto. Lo sa anche Gilardino che pure non soffre di astinenza ma di depressione assoluta per via di questo cambio in corsa tra Fiorentina e Sampdoria trasformato in un nervo scoperto per Prandelli e i fiorentini.

«Coi giovanotti bisogna coltivare la virtù della pazienza»: la vecchia regola di Ariedo Braida quando gli chiesero il perché della frettolosa partenza di Vieira, sembra fatta apposta per spiegare cosa è successo a questo toscano timido e spensierato. Nell'ultimo semestre in maglia viola giocò poco e quel poco con scarsa soddisfazione, d'accordo. L'anno prima no, l'anno prima giocò e marcò l'insoddisfazione del team che pensò di rivolgersi a Gilardino e al Milan per risolvere ogni problema di insolvenza offensiva. Nessuna meraviglia, allora. Perché a volte basta schiacciare un pulsante, magari anche in modo involontario, per far sbocciare il talento compresso tra gioventù anagrafica e immaturità fisica.

Pazzini ha schiacciato quel bottone ed è come se avesse aperto i bocchettoni del turbo ai suoi motori. Ha ingranato la marcia alta, ha preso a segnare, una, due, tre volte e quel modo di festeggiare, con le dita sotto gli occhi, come per dire, guardate, sgranate gli occhi, è diventato un rito di tutta la Samp in risalita e adesso ingolosita dalla possibilità concreta di sbarcare in finale di coppa Italia.

È vero, basta schiacciare un pulsante. Ma forse, per capire certi misteri del calcio, c'è bisogno anche di altro. Per esempio di valutare piccole variazioni al tema tattico, oppure riflettere su un dettaglio. Come succede allo stesso Pazzini che, in privato, è disposto a riconoscere di giocare, nella Samp, «faccia alla porta», pronto a ogni deviazione, a ogni pallone vagante, a ogni cross calibrato, tipo quello di Pepe, di sabato notte, in Montenegro. A Firenze non è mai andata così. Anche perché giocava spalle alla porta, costretto a far da sponda a Mutu e perciò in ritardo rispetto alle evoluzioni delle giocate d'attacco. Chissà se è poi tutto vero.

Quando la magia si interromperà, perché succede a tutti, ai giovani e agli stagionati amici del gol, saranno in molti a rovesciare le lodi e i complimenti nei soliti, appuntiti rilievi critici. «Io so soltanto che la Samp mi ha cambiato la vita» la conclusione di Pazzini. Vero. Ma non ripetetelo in giro dalle parti di Firenze.