Pc e videocamere a prezzi stracciati: la truffa all’erario viaggia su Internet

Imprese italiane, francesi e tedesche unite in una frode fiscale da 60 milioni di euro. Vendevano prodotti elettronici e tecnologici commercializzandoli attraverso il mercato virtuale di EBay a prezzi così competitivi da guadagnarsi lo status di «Power sellers». Ma dietro la compravendita, c’era una truffa scoperta dal Comando provinciale della guardia di finanza di Roma, che ha denunciato dieci persone all’autorità giudiziaria di Velletri, responsabili a vario titolo di reati tributari.
Gli ideatori del sistema avevano dematerializzato la propria sede e, attraverso l’interposizione a monte di una serie di società virtuali gestite da compiacenti prestanomi e soggetti inesistenti, offrivano cellulari, videocamere e personal computer, a costi stracciati. Le indagini delle fiamme gialle sono partite due anni fa e hanno scoperto che la pianificazione di queste operazioni era stata curata nel minimo dettaglio e che le aziende erano riuscite a far perdere ogni traccia documentale.
La truffa, in pratica, si basava sul mancato versamento dell’imposta sul valore aggiunto per circa 18 milioni di euro e sull’evasione della maggior base imponibile per le imposte dirette. Sono state contestate, inoltre, 10 milioni di euro di fatture per operazioni inesistenti.
Per evadere l’Iva le aziende sotto accusa moltiplicavano i passaggi contabili da un’impresa all’altra. Quelle che operavano all’interno dell’Unione Europea usavano società «cartiere», cioè che producono solo carta ovvero fatture, e società «filtro». Si partiva dal presupposto che per le transazioni tra paesi dell’Ue, l’Iva sugli acquisti deve essere versata nelle casse dell’erario dal primo acquirente-importatore. Sarebbe stato quindi compito delle cartiere assumersi integralmente il debito. Invece queste non versavano l’Iva, sparendo prima dalla circolazione, attraverso operazioni di liquidazione, trasferimenti continui della sede sociale e intestazione delle quote e della titolarità legale a prestanome. Le società filtro dovevano procurarsi una detrazione dell’Iva e introdurre sul mercato beni a prezzi fortemente concorrenziali.
I finanzieri hanno scoperto società italiane che acquistavano da fornitori Ue merce costituita da materiale informatico ed elettronico. I fornitori europei cedevano, ma solo sulla carta i beni alle imprese laziali, senza applicazione dell’Iva; la società filtro italiana, a sua volta, cedeva con emissione di fatture false i beni a clienti italiani, applicando l’Iva.
Così i clienti italiani, operatori commerciali destinatari effettivi dei beni, al momento dell’acquisto maturavano il diritto alla detrazione dell’imposta, che però non era effettivamente compresa nel prezzo corrisposto alla società italiana. Quindi gli acquirenti compravano a prezzi molto bassi rispetto al mercato.
Nei confronti di sette società coinvolte nella truffa, l’autorità giudiziaria ha avviato le procedure fallimentari.