Il pc di Mani Pulite diventa un totem: dal sottoscala finisce in un museo

di Stefano Zurlo

Mani pulite non si rassegna a finire in un sottoscala. Il Pool non c’è più da un pezzo, ma il partito dei giudici è sempre in trincea, Berlusconi è sempre sotto processo e Mario Chiesa, a quasi diciotto anni dal 17 febbraio 1992 che cambiò la storia patria, ha patteggiato giusto ieri una condanna a 3 anni al tribunale di Busto Arsizio. Dunque, anche il computer che scandì come un metronomo la fine della prima Repubblica, torna a nuova vita: l’hanno tirato fuori dalla polvere degli scantinati del Palazzo di giustizia milanese e l’hanno consegnato al Museo della Scienza e della tecnica. Finirà dietro una vetrina, come la ghigliottina che il boia Sanson azionava ai tempi gloriosi di Robespierre, come altri cimeli della nostra storia, spesso feroce, dentro la cornice della legalità.
Quell’apparecchio, un Olivetti M380Xp9, è stato in qualche modo la fabbrica della manette: i due hard disk contengono qualcosa come mille file e in quei file ci sono i verbali, a centinaia, le richieste di custodia cautelare al gip, sempre Italo Ghitti perché Mani pulite era un unico, gigantesco fascicolo, le pagine delle autorizzazioni a procedere che inghiottirono il Palazzo e il pentapartito, ma risparmiarono il Pci-Pds.
Quella macchina è stata il motore della Rivoluzione italiana, quella che congedò l’Italia intramontabile degli anni Settanta e Ottanta. È l’onda di Mani pulite che travolge Craxi, bersagliato dalle monetine, Forlani, in aula con la bava alla bocca, Carra, che sfila in manette. Poi, come spesso accade in Italia, per esempio con il ’68, l’onda diventa lunga. Mani pulite degenera in manipulitismo: quasi un’epurazione permanente, un’opposizione di marca giudiziaria, senza se senza ma, il reducismo di chi non c’era. Anche l’Olivetti Xp9 continua a macinare manette e notizie di reato. Del resto una delle grandi intuizioni di Di Pietro è stata proprio l’applicare l’informatica alla giustizia. La mitica stanza 253 della Procura non nasconde chissà quali segreti, ma nell’Italia ancora trasandata e slabbrata dei primi anni Novanta quel computer fa molto futuro: quasi come l’astronave di Star Trek.
Il problema è che il sogno giacobino non vuol fare i conti con la storia. È avvilente finire in un sottoscala dopo aver calpestato la passatoia rossa. La stanza 253 è stata per un lungo periodo il crocevia dei destini dell’Italia, alcuni colleghi, che Di Pietro l’hanno visto solo in foto, vorrebbero riportare quei corridoi dechirichiani al centro del Palazzo. Si devono accontentare di un simbolo: l’Olivetti Xp9, in pensione dal 2005. Stavano per farlo a pezzi. Invece lo venereremo per i secoli. Accanto alla Tenda rossa e al Toti.