Il Pcf apre gli archivi, ma sono monchi

da Parigi

Il Partito comunista francese (Pcf) ha aperto ieri i propri archivi, ma lo ha fatto confermando i metodi del passato: quelli di una scarsa trasparenza. Certo, tonnellate di documenti sono stati messi a disposizione degli esperti, che hanno ormai di fronte a sé tutto il tempo per studiarli con attenzione. Ma i faldoni più compromettenti non ci sono. Per esempio quelli sull’espulsione di militanti scomodi, alcuni dei quali sono stati oggetto di umiliazioni e di autentiche persecuzioni. La ferrea disciplina del Pcf non concepiva neppure l'idea di un dissenso interno, come dimostra appunto l'allontanamento di intellettuali e di dirigenti d'ogni livello.
Comunque, da certi fascicoli trasuda la sensazione del clima repressivo e autoritario che si è sempre respirato all'interno di una forza politica abituata a vantarsi della propria assoluta fedeltà ai voleri dell'Unione Sovietica. Il filosofo Roger Garaudy, che fu deputato del Pcf nel periodo 1956-58 e poi senatore dal 1959 al 1962, criticò l'invasione sovietica della Cecoslovacchia del 1968 e l'atteggiamento servile tenuto in proposito dal Pcf. Poi venne espulso e messo letteralmente alla berlina, cosa che ha avuto per lui pesanti conseguenze personali. Adesso emergono alcuni aspetti che caratterizzarono un'autentica campagna di diffamazione nei suoi confronti: un modo per affermare la «purezza» dei comunisti francesi agli occhi dei protettori sovietici.
Altre situazioni delicate - come quelle di alcune espulsioni avvenute alla fine degli anni Settanta per volontà del «padre padrone» Georges Marchais - non trovano sufficiente riscontro tra i dossier resi noti dall'attuale direzione del Pcf, evidentemente preoccupatissima di difendere la memoria del passato. Adesso si attende che nella seconda metà del 2006 vengano «aperti» anche i fascicoli sui rapporti tra il Pcf e gli altri partiti comunisti europei\