Dal Pci al Primo maggio, così il Polo espugna la piazza icona della sinistra

Per 60 anni San Giovanni è stata monopolio di comunisti e sindacati: le minacce a De Gasperi, il funerale di Berlinguer, l’urlo dei girotondi

Luca Telese

da Roma

Pensandoci anche solo per un attimo, piazza San Giovanni che finisce in mano alla Casa delle libertà, è una sorta di cataclisma simbolico, un grande ribaltamento, molto più che se Romano Prodi decidesse da domani di celebrare le riunioni del nascente Partito democratico ad Arcore, o se Fausto Bertinotti scegliesse di convocare i suoi amati metalmeccanici sul pratone di Pontida.
Non si tratta solo di un esproprio simbolico, infatti, ma anche di un segno dei tempi e di una mutazione di ruolo e di aspettative. Il primo motivo è evidente a tutti. Dopo che i Ds nel 1999 hanno venduto Botteghe Oscure ad un oscuro istituto di credito, dopo che i dirigenti della Quercia per sanare debiti abissali hanno deciso di abbandonare al grande capitale le sculture di Giò Pomodoro che albergavano nell’atrio, la bandiera della comune di Parigi che era incastonata nella hall, e le stanzette che ospitarono la storia d’amore fra Nilde Iotti e Palmiro Togliatti ad un ufficio di mezze maniche indaffarati, era oramai chiaro che l’ultimo baluardo della memoria e delle appartenenze era proprio la grande piazza delle manifestazioni rosse.
Dire «Piazza San Giovanni» era davvero una metonimia, ovvero evocare un luogo simbolico, dire una parola che era intuitivamente di sinistra, evocare un genius loci tanto immateriale quanto potente: «Ci vediamo a San Giovanni, tutti a San Giovanni». È vero che Palmiro Togliatti esorcizzava le mitologie facili ricordando che «Piazze piene, urne vuote», ma tutti sapevano che senza riempire quella piazza non si sarebbe potuta riempire nessuna urna. Mentre gli altri simboli si sgretolavano o cambiavano ragione sociale, mentre le federazioni storiche del Pci diventavano patrimonio immobiliare da mettere sul mercato, e la storica scuola di Frattocchie veniva svenduta, era come se quella piazza fosse rimasta, solo lei, a testimoniare una storia. Nella prima Repubblica si raccontava che solo la macchina organizzativa del Pci fosse in grado di riempirla, proprio da lì «Il migliore» pronunciò lo storico discorso dello scarpone chiodato da dare nel sedere ad Alcide De Gasperi – era il 1948 - sotto quel palco, proprio a ridosso della Chiesa si ammassavano i compagni che invocavano la rivoluzione, mentre poco più giù, sotto la statua di San Francesco, si davano appuntamento i militanti delle sezioni, per incamminarsi insieme sulla via del ritorno.
E poi San Giovanni fu la piazza di Enrico Berlinguer, la piazza trasformata nella radiografia di un popolo orfano, la grande diretta dei funerali del 1984 divenne un film, insieme alle riprese aeree dei registi democratici, con i granelli policromi che trasbordavano nelle vie adiacenti fermando il contatore ad un milione di persone. Nessuno avrebbe potuto fare di più, ed infatti nessuno dei partiti della prima Repubblica provò nemmeno a cimentarsi con quella piazza. Ci provò solo la Cgil, che del Pci-Pds era parente stretta, e riuscì in un decennio ad istituzionalizzare una «nuova» San Giovanni. Quella del primo maggio, un po’ celebrativa e un po’ trasgressiva, la festa del lavoro e Dylan Dog, di Cofferati e dei Liftiba, con i preservativi mostrati in diretta da Piero Pelù e Piero Chiambretti a presentare. Passarono gli anni e persino la sinistra iniziò ad avere paura di quella piazza, si pensava sempre a come piazzare il palco, sempre po’ più in giù, per evitare che si formasse qualche vuoto, sempre un po’ più largo, per far dimenticare qualche assenza. E dunque oggi, dieci anni dopo la manifestazione del 1996 (fu l’esordio del centrodestra in piazza San Giovanni) la prima prova di forza sarà proprio quella: capire quanta piazza lasci libera, e quanta scena ti prendi, perché il palco di San Giovanni è inversamente proporzionale alla gloria che emana, più diventa piccolo lui, più diventa macroscopico il successo.
L’ultimo che osò sfidarla e conquistarla, quella piazza, fu Nanni Moretti, dopo il suo ululato girotondino. Da Piazza Navona a piazza San Giovanni si misuravano infatti la storia e l’ascesa di un moto di ribellione che avrebbe dovuto scalzare le vecchie gerarchie dell’Ulivo, «Non perdiamoci di vista!», gridò Nanni da quel palco nel 2003 (e forse se avesse tenuto fede alla promessa, oggi il leader non sarebbe Romano Prodi, chissà). Ma è stata tutta la sinistra, dopo di allora a perdere di vista Piazza San Giovanni, e Piero Fassino scelse piazza Farnese per chiudere la campagna sul referendum per la procreazione, che è come passare dall’eroina al fruttosio per un tossicodipendente. Anche la destra aveva subito le sue contrazioni, se è vero che Gianfranco Fini era passato da Piazza del Popolo a Piazza Santi Apostoli. Questa mattina, dunque, la posta in gioco è doppia. Perché il centrodestra sfida contemporaneamente la sinistra, ma anche se stesso. Perché solo ora che la Casa delle libertà parte alla conquista di quella piazza così importante, l’Unione ha capito quanto ha perso rinunciando a San Giovanni. Il popolo della sinistra si era sempre sentito orgoglioso della sua forza popolare, della sua capacità mobilitativa, dei trucchi e della fantasia che servivano a misurare i corpi e le manifestazioni, di quella forza «partecipativa» che lo faceva sentire «migliore» degli altri, degli «indifferenti», di chi non scendeva in piazza. Adesso che l’Unione è al governo, arroccata nel Palazzo, l’assenza dei simboli e delle mobilitazioni rende ancora più dirompente la sfida di stamattina. «Senza piazza non ci sono passioni», diceva in una sua striscia Bobo, l’ultramilitante di Sergio Staino. Ma vi immaginate che sofferenza, per lui, perdere le proprie, e scoprire insieme quelle degli altri?