Il Pd adesso fa la morale ma soltanto agli altri

Il partito travolto dall’indagine sugli appalti a carico di un proprio
dirigente. Ma Bersani minimizza: nessuna questione etica

«Mi lasci anche dire che questa cosa che uno che è stato consigliere al ministero dei Trasporti diventi il braccio destro di Bersani fa parte di un immaginario polemico che non ha consistenza», s’è lamentato il segretario del Pd in un’intervista al Messaggero. Bersani ha ragione: Franco Pronzato, arrestato l’altro giorno per corruzione e frode fiscale, non era il capo del suo staff. Ma è stato pur sempre il responsabile nazionale per il trasporto aereo del Partito democratico, e molto probabilmente è per questo che è diventato consigliere d’amministrazione dell’Enac. I giornali esagerano sempre, e la semplificazione fa parte del nostro mestiere: ma semplificare a volte aiuta a capire, mentre minimizzare può essere un modo (pericoloso) per nascondere la testa sotto la sabbia, fingere che non sia accaduto nulla, e continuare come prima.

Bersani nega che nel Pd esista una «questione morale», e anche su questo possiamo convenire. «Questione morale», del resto, è un termine particolarmente odioso, coniato a suo tempo da Enrico Berlinguer per distinguere il Pci - un partito «onesto» che però non vinceva mai le elezioni - dagli altri partiti, che invece raccoglievano il consenso degli italiani e governavano da decenni, ma, appunto, soltanto in virtù di un patto sciagurato fondato sulla corruzione e sull’appropriazione indebita delle risorse pubbliche. La «diversità» del Pci, che scaturiva da una sua presunta superiorità «morale», condannò quel partito all’impotenza e alla marginalità politica e, soprattutto, introdusse nel dibattito politico una categoria - la «morale», appunto - che con la politica non c’entra nulla e che invece, come la storia successiva si incaricò di dimostrare, c’entra molto con l’idea che i tribunali contino più dei Parlamenti. Quel veleno continua a circolare nelle vene del nostro scassatissimo sistema politico, e se Bersani ne prende le distanze - s’immagina non soltanto per il suo partito, ma per tutti - non si può che applaudire.

Esiste però una «questione politica», e su questa il segretario del Pd dovrebbe mostrare più coraggio e maggiore nettezza nei giudizi. Tanto più che Bersani sarà con ogni probabilità il candidato del centrosinistra per palazzo Chigi, e fra due anni (o anche prima) potrebbe guidare il governo del Paese. Non è sufficiente, per un premier in pectore, esprimere «amarezza». Non è sufficiente circoscrivere l’episodio sminuendone la portata e il significato. E non è neppure sufficiente - sebbene sia giusto e corretto - mostrarsi garantisti e rispettosi delle prerogative della magistratura.
La Prima repubblica naufragò sullo scoglio di un’inchiesta giudiziaria che, se pure risparmiò almeno in parte il Pci-Pds, travolse un intero sistema politico con conseguenze che tuttora fatichiamo a valutare nella loro immensa, devastante portata. La Seconda repubblica, nata sull’onda di una ribellione «morale» sapientemente alimentata da giornali, giudici e politici in cerca di facile successo, rischia ora un destino analogo: ma più volgare, più meschino, più subdolo.

Ai partiti e ai loro tesorieri si sono sostituiti i faccendieri, gli intermediatori d’affari, i lobbisti più o meno occulti, che lavorano prima di tutto per sé e per i propri amici, e soltanto indirettamente per i politici di riferimento, mestamente ridotti da burattinai a burattini più o meno consapevoli.
Dal segretario del Pd ci si aspetta dunque qualcosa di più, molto di più. Il «sistema Morichini» (e ci perdonerà Bersani per questa ulteriore semplificazione polemica) non appare molto diverso da altri «sistemi» prossimi o contigui alla politica: favori, affari, corruzione, concorsi truccati, condizionamenti più o meno occulti della vita economica e finanziaria del Paese, finanziamenti non trasparenti, imbrogli e inganni all’insegna di una sostanziale, devastante «privatizzazione» della politica.

Non è qui in discussione il moralismo peloso di chi sventola la propria presunta purezza per mettere alla gogna gli avversari; o il qualunquismo consolatorio e autoassolutorio di chi dice che «sono tutti uguali», e da questo deriva l’autorizzazione a comportarsi come gli pare; e neppure il giustizialismo - che pure tanti danni feroci ha prodotto in quel che resta della sinistra italiana - che s’illude di affidare al codice penale, e all’arbitrio dei magistrati che lo applicano, la salvezza della nazione. È in discussione la capacità della politica di riprendere le redini del Paese, di assumersi le proprie responsabilità, di rinnovarsi senza cedere alla demagogia né al populismo, e di indicare un orizzonte di riscatto che sappia liberare le tante energie positive che, a sinistra come a destra, sono oggi imprigionate da un sistema truccato. Denunciare i difetti degli altri e nascondere i propri non è la strada giusta. Qualcuno deve pur cominciare a dire la verità agli italiani: e se fosse Bersani a farlo, non potrebbe che venirgli del bene.