Il Pd adesso vede il governissimoE Di Pietro si sfila

I democrat plaudono alla nomina di Monti, l’ex pm prende tempo, Casini va in pressing sui dissidenti Pdl

Roma - A sera, e con Berlusconi ancora in carica, il Quirinale ha già fatto il suo primo giro di consultazioni. E il risultato è unanime o quasi: evviva Monti.

Il «caminetto» Pd che si riunisce alle 20 si ritrova già il candidato premier del «governissimo» già scodellato sul tavolo, anche se l’ipotesi di un governo Amato era data ancora per aperta da autorevoli esponenti Pd fino a pochi istanti prima. La dichiarazione di Enrico Letta sulla nomina a senatore a vita suona come un via libera all’eventuale incarico: «È un gesto dai significati profondi che apprezziamo». Ed è «di straordinaria utilità per l’Italia in questa fase di tempesta». Quella di Pier Luigi Bersani è più cauta: «Una nomina eccellente che arricchirà il Parlamento». Il segretario del Pd mette i suoi paletti al «governissimo» in fieri, in pubblico e a porte chiuse nella riunione del suo partito. Al Tg3 spiega: «Adesso diciamo governo di emergenza o di transizione per dare un volto credibile all’Europa e ai mercati. Dopo si vede. Se non ci saranno le condizioni per un altro governo, che noi non intendiamo né di ribaltone né di aggiustamento con qualche transfuga, si vada a elezioni. Noi non abbiamo paura».

Nella riunione serale del Pd, il segretario ribadisce che in una situazione così drammatica non può non esserci la disponibilità a sostenere il tentativo di Giorgio Napolitano di dare una guida autorevole ad un governo che risponda alla crisi. Ma che la sua durata dovrà essere «molto limitata». I suoi parlano di pochi mesi, per poi andare alle urne nella primavera-estate del 2012. Massimo D’Alema è meno tranchant sulle date di scadenza, e avverte: «Prepariamoci a trattare sul programma di governo».

La relazione di apertura, nel vertice Pd, viene affidata a Enrico Letta: un segnale significativo, visto che il vice di Bersani è da giorni il dirigente più esposto sul fronte del sì al governo di larghe intese, oltre ad essere quello più in contatto con il Quirinale (come lo zio sul fronte avverso, d’altronde). Il Pd, dice Letta, farà la sua parte se sarà chiamato da Giorgio Napolitano, l’unica condizione che i democratici pongono è che ci sia una «larga condivisione in Parlamento». Ossia che ci stia tutto il Pdl. «Non possiamo certo fare il governo col gruppo dei transfughi e quello dei difensori del vitalizio», ragionava già in mattinata Andrea Orlando, responsabile Giustizia del Pd.

Dal fronte delle opposizioni si monitorano con grande attenzione le scosse telluriche in atto nel centrodestra. «L’apertura di Maurizio Lupi al governo di emergenza è il segnale dell’area ciellina: non credo che possa essere sottovalutato neppure da Berlusconi», sottolinea Paolo Gentiloni. Intanto l’Udc e qualche centrista Pd si danno un gran da fare a spingere i dissidenti Pdl a venire allo scoperto: «Se dal centrodestra se ne staccano abbastanza da costituire un gruppo, che dovrà essere consultato al Quirinale dicendo sì al governo tecnico, Berlusconi capirà che se continua a dire no il partito gli frana addosso», si spiegava da quelle parti. D’altronde il via libera del Cavaliere è giudicato essenziale da tutti: «Non si può fare nessun governo se Berlusconi resta fuori a gridare al ribaltone», spiega Orlando. Per il Pd resta anche il problema Di Pietro: nei giorni scorsi aveva vagamente aperto alle ipotesi di un governo di transizione, ieri si è sfilato: «Niente inciuci, subito a elezioni». Più tardi la linea si riammorbidisce: «Ascolteremo cosa propone il capo dello Stato. Per ora l’Idv non valuta i “se” e le ipotesi generiche». In casa Pd si spera di ottenere alla fine una sorta di «desistenza», se non addirittura di appoggio esterno.