Pd, gli amici di Bersani vanno in piazza ma contro il "rottamatore" Renzi

Il raduno Pd si trasforma in un regolamento di conti interno. Altolà del
segretario ai giovani ribelli guidati dal sindaco di Firenze: "No a
spaccature generazionali". Al corteo di Roma in 300mila: i vertici del partito aspettavano due milioni di persone

Roma «Non possiamo spezzarci in due né nelle generazioni né nei territori». Sembra un appello a superare i mali dell’Italia, in realtà è l’altolà di Pier Luigi Bersani a Matteo Renzi e a tutti i giovani del Pd, ad esempio Giuseppe Civati, che scalpitano mettendo in discussione il vertice del partito.
È dai tempi del Pci che i militanti della sinistra italiana pensano di andare in piazza contro il governo mentre vengono mobilitati per beghe interne, sempre in difesa dell’apparato. E la manifestazione di ieri, indetta dal Pd e intitolata «Con l’italia che vuole cambiare», non ha fatto eccezione. Ufficialmente una spallata in vista del voto di fiducia al governo Berlusconi, in realtà un Partito-Pride contro i rottamatori che il 4 novembre si sono ritrovati al convegno «Prossima fermata Italia» per sfidare il segretario Bersani e i vecchi leader che non mollano e, dietro le quinte, aspettano un’altra occasione: Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Una secchiata di ghiaccio su quelli che lo stesso Bersani ha definito compagni un po’ troppo «focosi».
Questa volta molti militanti di piazza San Giovanni - intorno ai 300mila, contro le previsioni dello stesso Bersani che ne avrebbe voluti due milioni - sembravano avere capito quale era l’obiettivo da colpire, tanto che tra gli slogan ne sono spuntati alcuni contro il sindaco di Firenze, dal «Noi non ci vendiamo, stiamo con Bersani», al più esplicito «Renzi collabora, i rifiuti speciali ritirali direttamente ad Arcore». Un riferimento alla visita del sindaco del capoluogo toscano al presidente del Consiglio.
Chiaro a tutti, quindi, chi sia il nemico. Un po’ meno chiaro quale sia il nodo politico. Non il blitz ad Arcore di Renzi, ma il modo di fare opposizione e preparare le prossime elezioni, come è emerso chiaramente dalle parole di Bersani: «Non abbiamo bisogno di maestri che ci tirino la giacca tutti i giorni e lo abbiamo dimostrato». Se il governo è in crisi è merito del Pd che ha soffiato sul fuoco dei dissidi tra Berlusconi e Fini, insomma. Con buona pace di chi non voleva che la sinistra flirtasse con il presidente della Camera. «Se siamo arrivati a questo punto lo si deve molto al nostro lavoro. Abbiamo messo tutti nel mucchio come ci suggeriva qualche tifoseria o qualche focoso amico? No. Abbiamo lavorato nella nostra autonomia nella nostra distinzione, perché non andasse sprecato nessuno degli spazi critici che si aprivano verso il modello populista e berlusconiano. E abbiamo messo noi, al tempo giusto, non tutti i giorni come le solite tifoserie e i soliti focosi amici ci suggerivano». Avere puntato su Fini, quindi, è stato un investimento giusto.
I «focosi amici» si raffreddino anche per il dopo. Bersani ha fatto capire al suo popolo che non metterà in discussione niente. E se qualcuno - ancora Renzi, ma anche Nichi Vendola - si è messo in testa di metterci la faccia, è meglio che cambi rotta perché l’alternativa al centrodestra sarà il partito e non una persona. Il leaderismo - avverte il segretario del Pd alludendo a compagni di partito e di coalizione - è «un drammatico equivoco, che è andato oltre Berlusconi e si è diffuso in una mentalità. Toccasse mai a me mai metterei il mio nome sul simbolo».
Vendola non c’era, mentre Renzi non ha potuto rinunciare ad una presenza alla manifestazione. Ma si è fatto vedere solo all’inizio per pochi minuti. Il tempo per subire una selva di domande e critiche sulla vista ad Arcore, rispondere senza cedere («Certo che lo rifarei, anche domani mattina») e poi, via da Roma, di corsa a Firenze per un incontro con Roberto Benigni. Ha perso il clou della manifestazione: il concerto del rapper Neffa, a ex miss Padania convertita ai valori della Costituzione e il comizio del segretario. C’erano anche gli ex popolari, che sono sempre più a disagio nel Pd, ma ieri non hanno infierito. Tra i pochi democratici che non sono andati e l’hanno dichiarato, l’outsider Mario Adinolfi: «Questa è l’ultima crisi dei vecchi: dopo aver visto la bastonatura riservata a Renzi, dopo l’ennesima cacciata dal partito di esponenti non diessini, non mi va di star in piazza con Bersani e la Cgil che gliela riempie».