«Il Pd aveva già bocciato Penati»

«La nostra gente com’è? Abbacchiata, turbata?» chiede Massimo D’Alema al suo arrivo alla Festa del Pd di Lampugnano. Tempi duri in casa democratica, tra lo scandalo Penati, la giunta Pisapia che sembra non avere molto bisogno del Pd e l’Expo che fatica a decollare. Ad accogliere colui che un tempo gli agiografi chiamavano lìder maximo un discreto gruppetto di sostenitori, ma niente a che vedere con le ali di folla delle feste che furono. Latitanti i vertici del partito: a fare gli onori di casa solo Francesco La Forgia, trentaduenne coordinatore cittadino.
D’Alema si esibisce in un insolito duetto sul palco con Stefano Boeri: l’archistar dell’orto planetario 2015 chiacchiera con il ministro degli Esteri del governo Prodi. Occasione il dibattito dello scorso lunedì sera dal titolo «Expo 2015. Milano chiama mondo».
L’assessore all’Expo cinguetta: «Abbiamo bisogno dell’intelligenza di D’Alema». Lui, D’Alema, scarica Filippo Penati. Almeno dal punto di vista politico: «Il Pd a Milano era già andato oltre l’esperienza politica di Penati, quando sono arrivati i magistrati». Difende i vertici locali del Pd, sotto l’assedio di chi nel partito vorrebbe sostituirli o commissariarli proprio a causa della vicenda Penati: «In questo superamento ha pesato il ruolo avuto dal gruppo di giovani dirigenti che ha rischiato. E anche il ruolo di Boeri».
Qualche amarcord Expo di D’Alema dalla Farnesina: «Per avere i voti dell’America latina ho dovuto chiamare Lula (allora presidente del Brasile, ndr) e dirgli: stai tranquillo, nel 2015 Berlusconi non ci sarà più». Poi rivela: «Un pochino mi piangeva il cuore a far vincere Milano invece che la turca Izmir (Smirne, ndr), che è una bella città, con una tradizione politica fortemente radicata a sinistra».
Boeri racconta di essere rimasto «sconcertato» dai risultati del sondaggio in base al quale il 40 per cento dei milanesi preferirebbe non fare più l’Expo. Lui, architetto di consistenti progetti edilizi, fa un’arringa contro la «zavorra» dei malati del mattone: «Continuiamo ad avere a che fare con decisori convinti che l’unico modo di valutare il valore di un terreno siano i metri cubi. È un’idea anacronistica ragionare solo in base ai metri cubi e questa è una zavorra che sta anche dentro la nostra cultura. Scuole e servizi sono infrastrutture che danno valore, anche se non immediatamente contabilizzabile. Purtroppo è una cultura diffusa in gran parte della politica milanese, inclusa quella del Pd».
Nonostante i discorsi futuristici sul 2015, l’applauso scrosciante per D’Alema arriva quando sorride nell’essere chiamato dall’intervistatore «vecchio comunista». L’unico esponente del Pci a essere stato presidente del consiglio italiano rivendica: «Sono vecchio e sono stato comunista». Tanto basta per infiammare e la platea.
La lingua batte dove il dente duole e si torna a parlare di Penati. D’Alema, dopo averlo liquidato dal punto di vista politico, lo onora con il garantismo giudiziario: «Siamo tutti tenuti a una certa prudenza. la giustizia non è quella dei giornali fatta sulle indiscrezioni, perché questa giustizia è spesso ingiusta. Credo nella giustizia fatta dai processi e dalle sentenze». E ancora: «Sull’attendibilità degli accusatori non mi pronuncio...». È notte quando cala l’asso: «Ero molto amico di Marcello Stefanini. Ho vissuto la distruzione di persone che non avevano fatto niente». Marcello Stefanini, tesoriere del Pds, fu coinvolto nelle inchieste di Tangentopoli e poi prosciolto. Morì nel 1994 a cinquantasei anni di emorragia celebrale, dopo aver subito due interventi al cuore. Molti legarono la sua malattia alle vicissitudini giudiziarie.