Pd, Bersani vuole un idraulico al posto di Tremonti

Il segretario piddino ora se la prende con il ministro dell'Economia perché è colto e sa anche fare i conti. Divisi sul programma i democratici corteggiano la Lega, ma non hanno alcuna chance

Roma Alle prese con i diritti delle coppie di fatto, con gli attriti su una bozza di programma elettorale compilata troppo precocemente, impegnati nel corteggiamento della Lega Nord che ogni giorno sembra sempre più difficile. Ma siccome le disgrazie non arrivano mai sole, al Pd è toccato sbrigare tutte queste faccende mentre a Milano sul palco del Palasharp andava in scena l’altra sinistra, quella glamour e mediatica di Roberto Saviano, Umberto Eco e Repubblica.
L’assemblea del Partito democratico che si è conclusa ieri ha risposto come poteva. Il segretario Pier Luigi Bersani ha provato con la formula del «noi guardiamo più avanti». La richiesta di dimissioni di Berlusconi è la premessa: «È ora di dire oltre e oltre c’è il progetto per l’Italia che per noi è l’oggetto fondamentale». Quando si è trattato di fare un esempio di cosa ci potrebbe essere oltre, il leader democratico ha sfornato una metafora delle sue. Il ministro dell’Economia? «Tremonti è filosofo, ragioniere ma non è idraulico. Non la mette mano nell’economia e invece stabilità e crescita devono darsi la mano».
Identikit spericolato per una sintesi difficile, specchio di un partito alla ricerca di un equilibrio tra i nuovi girotondini e la sinistra moderata. La parte dell’estremista, questa volta è toccata a Massimo D’Alema, che non ha avuto difficoltà nello sfornare l’attacco al governo più duro della giornata, stracciando la concorrenza dei «milanesi» di Libertà e giustizia. L’esecutivo, secondo l’ex premier, «si regge sulla corruzione esibita di parlamentari, sulla menzogna e sulla manipolazione dell’informazione, una situazione di degrado alla quale bisogna reagire, pena il discredito delle istituzioni dal quale oggi si salva solo il capo dello Stato». Al segretario la parte scomoda di dimostrare che c’è la pars costruens. «Siamo un partito di governo e questo lo dimostriamo sia nella proposta programmatica sia in quella politica. La nostra agenda è l’Italia dopo che Berlusconi l’ha rovesciata mettendo al centro se stesso. Non accettiamo che l’Italia giri attorno ai giorni inconcludenti di Berlusconi e alle sue disdicevoli notti».
Dalle parole ai fatti (il programma), i giochi si sono complicati un po’. Per evitare di scivolare in quelli che Enrico Letta aveva indicato come i «temi più delicati», Bersani in un primo momento ha escluso dai temi programmatici dall’assemblea le unioni gay. L’area che fa capo a Ignazio Marino ha quindi presentato un ordine del giorno ad hoc, che avrebbe spaccato il partito e, qualunque fosse stato l’esito del voto, scontentato un pezzo di partito. Classica la soluzione: l’istituzione di un comitato che elaborerà le posizioni del Pd sui temi etici, guidato da Rosy Bindi. Ancora più tabù la patrimoniale, tema bruciato da Walter Veltroni al Lingotto e improponibile in qualunque forma dopo le polemiche che ha suscitato e il no ufficiale del partito, garantito dal responsabile economico Pd Stefano Fassina.
A volo d’uccello anche sul federalismo, se non per bocciare il testo del governo («quattro robette», lo ha definito Bersani) e per corteggiare la Lega Nord. In Italia «ci sono solo due partiti che hanno una vocazione autonomista», ha assicurato Bersani intendendo Lega e Pd. Quindi i democratici faranno il federalismo? Certo, ma «bisogna creare le condizioni politiche». Magari istituendo un comitato.