Pd bigotto sull’orecchino di Vendola

Opposizione nei guai. Nichi non si piega alle critiche di Repubblica sul bijoux che porta al lobo: "Difficiolmente rinuncerò"

Affiora, lentamente, quasi inesorabilmente, uno dei punti nodali del dibattito della sinistra: «Ma Nichi Vendola può candidarsi a primo ministro conservando l’orecchino?».

Il tema epocale è stato lanciato nella prima settimana di agosto, a spiagge esaurite, da Repubblica che dimostra sempre una sensibilità particolare sull’argomento, ritenendosi matrice e cardine dell’etica e dell’estetica, non soltanto quella politica. In verità è un’idea scopiazzata, l’interrogativo ha un suo pensatore creativo, trattasi di Giampaolo Rugarli, ex dirigente di banca poi scrittore che si è occupato del gingillo su la Gazzetta del Mezzogiorno. Finite le vacanze Vendola medesimo ha ritenuto di rispondere al quesito inquietante anche perché si parla e si discute di primarie del piddì, una specie di fiction non essendo state convocate, e si sa che Nichi, il rosso di Puglia che fa concorrenza al negroamaro, al primitivo e al troia (sono vitigni), gode di buona stampa, soprattutto sull’organo di cui sopra e potrebbe rivelarsi l’outsider scomodo e pericoloso per il resto della compagnia del partito. «Difficilmente rinuncerò all’orecchino» ha risposto, allora, Vendola, a domanda precisa, ma l’avverbio utilizzato dal futuro candidato solleva altri dubbi, non scioglie l’interrogativo e le preoccupazioni di Giovanni Valentini, un altro pugliese, l’autore dell’appello-bis del sette agosto corrente anno. «Gioverebbe alla sua immagine e alla sua credibilità di aspirante premier, sottraendo un argomento o un pretesto polemico ai suoi avversari interni ed esterni», queste le parole chiave dello scritto su Repubblica.

La sinistra bacchettona è lo scoop di quest’ultima fetta di estate. Vendola crea imbarazzo per l’orecchino, ha vinto la battaglia sulla sua dichiarata omosessualità, il resto del suo dire e del suo fare (politico) non interessa, è nota a margine, l’accostamento di Carlo Giuliani a Borsellino e Falcone è stato un incidente di percorso, un equivoco, una strumentalizzazione dei media di destra, i malaffari della sanità pugliese sono asterischi fastidiosi come le zanzare, basta non segnalarli o ricordarli nei titoli e nei sommari, tutta bassa propaganda di bassissima politica. Singolare che Repubblica non abbia lanciato una raccolta di firme tra i suoi lettori ed elettori per convincere il governatore della Puglia a desistere dal gingillo, dal pendaglio, dal birillocco (Rugarli), da quella esibizione di diversità che ormai è inutile, è datata, non fa premier serio, è un «pretesto polemico per gli avversari esterni ed interni». Sugli esterni ci potremmo anche intendere ma gli interni chi sono o sarebbero? Il D’Alema e i suoi baffi? La Bindi e le sue gonne? Il Bersani e il suo sigarillo? Il Di Pietro e la sua grammatica? Oppure anche su questa vicenda si sta allungando l’ombra austera di Fini Gianfranco il quale usa portare braccialetti civettuoli al polso (ma dal presidente della Camera non avremo la risposta nemmeno su questo interrogativo)?
Nichi Vendola non scioglie il nodo e non toglie il bijoux dal suo lobo. Semmai sarebbe da modificare l’uso della lingua italiana dello stesso, rileggendo le parole di ieri: «Contro qualunque pratica politicistica che mette al centro reticoli alleanzistici prima ancora di definire l’idea di cambiamento del Paese, io penso che le primarie rappresentino invece una linfa fondamentale». Ha poi concluso così: «Aiutano tutti quanti noi a non aver paura, a sentirci alleati di un popolo prima che alleati tra ceti politici e dentro la contesa delle primarie, ad individuare le idee-forza che possono dare all’Italia il coraggio di liberarsi fino in fondo del berlusconismo».

Eccolo il vero finale della contesa, via la bandana della libertà, avanti il popolo dell’orecchino.