Pd, un compromesso fra burocrazie

Non sono di tutto riposo le vacanze di Walter Veltroni nelle lontane Maldive. Le notizie che lo raggiungono da Roma parlano di difficoltà e persino asprezze nel Pd, e lo costringono a frequenti e lunghe telefonate coi collaboratori rimasti a Roma. In famiglia si mugugna che se doveva essere così, era meglio una vacanza a Ostia. E però, tocca a Walter fare fronte. A dare un’idea del clima romano, un titolo recente dell’Unità ammoniva: «No alla guerra fra i candidati», mentre una dichiarazione del king maker Bettini sentenziava che «colpire Veltroni è un atteggiamento autolesionista», per la Melandri addirittura «suicida». I suicidi che osano criticare Veltroni sono come si sa Rosy Bindi ed Enrico Letta accusati da un leader della Margherita, Fioroni, di «passare il segno».
Ci si chiede, naturalmente, quale sia la differenza, trattandosi di «primarie», fra una competizione aperta e una guerra, e quale sia il «segno» da non oltrepassare, e chi sia a fissarlo.
C’è chi esagera suggerendo la storia cupa delle lotte fratricide nel mondo comunista, qualche buontempone suggerisce piuttosto, come modello al quale attenersi, l’esempio dei campionati di bridge, o delle partite di pallone sulle spiagge fra scapoli e ammogliati. Certo è che la gara per la segreteria del Pd non sarà come temevano tutti una «fusione fredda» fra Ds e Dl, anche se resta il fatto che la partita si giuoca fra esponenti di primo piano dei due partiti mentre la mitica società civile invocata come protagonista della nascita di un partito nuovo si tiene, ed è tenuta, a distanza da uno spettacolo che non è né gradevole né appassionante.
La battaglia è animata dalle accuse, sostenute con una verve più colorita da parte di Rosy Bindi, di «verticismo», da intendersi con ciò una gara già definita quanto al risultato dal vertice Ds e dal coté di maggioranza della Margherita. La Bindi parla di un voto per Veltroni «irreggimentato» con accordi di spartizione definiti dalle diverse burocrazie. All’accusa Enrico Letta aggiunge che «le regole sono state scritte per la gara di un candidato unico», che ci si è opposti a qualsiasi cambiamento suggerito dall’idea che i candidati potevano essere più di uno. I giochi dunque sarebbero fatti; è l’opinione di Marina Magistrelli, fra i pochi a stare con la Bindi, che così definisce lo stato delle cose: «È già tutto scritto, la struttura portante del Pd è bella e fatta seguendo una logica spartitoria a cascata». A cascata, dice la Magistrelli. E qui si inserisce l’accusa di avere già provveduto a una spartizione delle direzioni regionali, 12 delle quali andranno ai Ds, 8 alla Margherita.
Un’accusa grave, rivolta ai Ds, è quella di aver voluto difendere l’identità e l’unità del partito riducendo a unificazione burocratica, e di burocrazie, il mescolarsi di culture e tradizioni diverse. E tutto risale al ritiro forzoso del ministro Bersani da una candidatura annunciata, e delle motivazioni addotte: «Rinuncio per non creare disorientamento nel nostro popolo». Chi volle capire, nella Margherita, capì. I Ds non si sono affatto sciolti, non hanno alcuna intenzione di farlo, porteranno i loro voti compatti, che sono i più, a Veltroni. Il risultato, sarà quello di una egemonia del loro partito nel futuro Pd. Di qui la reazione con le candidature di Bindi e Letta, e l’attuale asprezza della campagna elettorale.
Si ha l’impressione di assistere alla conclusione annunciata di una storia remota nelle sue origini. I comunisti con Togliatti e Berlinguer, i cattolici di sinistra con Dossetti e De Mita si sono cercati per tutta la prima repubblica. Oggi, magari tardi, si sono trovati e il loro è un compromesso storico fatto di ciò che resta delle due culture, e del potere residuo nelle loro mani. Non si riesce davvero a capire, in questo matrimonio fra quasi consanguinei, che ruolo volesse giuocare Pannella, avversario da sempre, con Craxi, del compromesso storico.
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