Il Pd crolla nei sondaggi. E per uscire dai guai accusa il centrodestra

I Democratici sotto il 30%. Effetto boomerang della questione giustizia. Il partito: "Il Pdl ha fatto eleggere condannati e inquisiti". I due sindaci nella bufera: non faremo i capri espiatori 

Roma - Da un lato la rabbia del suo «popolo», allevato per lustri a pane e manette (per gli altri) e ora in rivolta. Dall’altra il «sorriso beffardo dell’avversario» Berlusconi, come scrive l’Unità, che se la gode un mondo a vedere il Pd alle prese col boomerang della «questione morale». In mezzo gli indici di gradimento che calano, i sondaggi di nuovo sotto quota 30%, i giornali un tempo amici che martellano, l’alleato Di Pietro che rialza la cresta. E il rischio di una prossima batosta elettorale in Abruzzo, subito prima di una difficile riunione della Direzione che stavolta, ha deciso Veltroni, dovrà essere teatro di una conta su chi sta con lui e chi contro.

È un fine settimana di passione, per il segretario del Pd. Che ieri è ha affidato la reazione ufficiale del partito al portavoce Andrea Orlando: il Pd «è nato per rinnovare la politica» e dunque è pronto ad affrontare «senza esitazione le situazioni difficili e le eventuali illegalità» che spuntano dal suo seno. Ma la maggioranza berlusconiana ha poco da infierire sulle disgrazie altrui, visto che «ha portato in Parlamento condannati ed inquisiti e finge di dimenticare la mole di vicende giudiziarie che l’hanno colpita». Per il veltroniano Giorgio Tonini, Berlusconi «vuole sollevare un polverone per nascondere la evidente inadeguatezza del governo».

Intanto, i due sindaci finiti nell’occhio del ciclone, Rosa Iervolino e Leonardo Domenici, si difendono in televisione nella trasmissione di Lucia Annunziata, rifiutando lo scomodo ruolo di capri espiatori. Domenici denuncia il «cortocircuito politico-giudiziario-mediatico» che fa «scattare processi basati su pregiudizi». C’è l’ha ancora con Repubblica, sotto la cui sede sabato si è clamorosamente incatenato (mettendo in grandissima agitazione il suo segretario Veltroni, ansioso di non peggiorare i delicati rapporti col giornale debenedettiano), e l’accusa di alimentare l’immagine di un Pd «permeabile» agli intrecci affaristici «al fine, probabilmente, di determinare una svolta nel partito».

La critica di Domenici (che alle orecchie veltroniane suona in sintonia con alcune critiche di parte dalemiana) si rivolge anche al Pd, che non è ancora «un partito vero, strutturato, solido e radicato, capace di rappresentare tutte le sue parti». Mentre la Iervolino difende la sua giunta, sulla quale «non esiste nessuna inchiesta», dalle richieste di «azzeramento» arrivate ieri da un esponente Pd in ottimi rapporti col Quirinale come Umberto Ranieri.

La questione delle giunte in bilico sarà sul tavolo di Veltroni nei prossimi giorni, in quella che si annuncia come una nuova settimana da via crucis: prima l’incontro con gli esponenti dei governi locali di Napoli, della Campania e di Firenze, poi il summit con tutti i big del partito sul pasticcio della collocazione europea. E un altro dibattito che rischia di aprirsi e che Veltroni vorrebbe risparmiarsi: quello sulla riforma bipartisan della giustizia, su cui il Pdl insiste. Raccogliendo qualche prima apertura: nei giorni scorsi D’Alema, ieri la disponibilità a «sedersi a un tavolo» di Anna Finocchiaro, sia pur con molti paletti (niente separazione di carriere o interventi sul Csm).

La situazione è preoccupante. Ma i veltroniani non escludono che, se ben gestita, possa finire per «rafforzare Walter», come dice il senatore Stefano Ceccanti, consentendogli di avviare un ampio «turnover» nella classe dirigente del Pd: «È il segretario che manda i commissari prefettizi, no?». Certo, anche in casa veltroniana si guarda con preoccupazione all’atteggiamento di alcuni grandi giornali e ai segnali (il più potente è stato l’intervista di Zagrebelsky al Corriere) che arrivano da quel milieu che, passando per i salotti di De Benedetti e quelli di Bazoli, ha sempre pilotato i destini del centrosinistra e appoggiato l’ascesa di Veltroni.

Ci si chiede «dove vogliono arrivare», perché con queste campagne moralistiche «si ingrassa solo Di Pietro» rischiando di dare un colpo mortale al Pd e al suo leader. Ma Tonini frena: «Non mi piacciono le dietrologie. Anche perché dopo Walter cosa ci può essere? Non mi pare che nessuno abbia un’alternativa, no?».