«Il Pd è come la Dc e il Psi altro che lezioni di morale»

di Stefano Lorenzetto

«I l Pci non era diverso dalla Dc, dal Psi, da tutti i partiti rimasti sotto le macerie di Tangentopoli, e lo stesso vale per Pds, Ds e Pd che ne hanno raccolto l’eredità. Se 15 anni fa il Bottegone non fu costretto a chiudere per via giudiziaria, è solo perché poté contare su una ventina di kamikaze come me. I quali, senza essersi arricchiti, finirono nel tritacarne per fedeltà, per difendere l’idea in cui credevano. Oggi come ieri, i Veltroni, i D’Alema, i Fassino non hanno titoli per dare lezioni a nessuno sulla questione morale».
Giovanni Donigaglia, ex padre padrone della fallita Coopcostruttori di Argenta che era diventata il quarto gruppo di costruzioni italiano dopo Impregilo, Astaldi e Condotte e dunque uno dei grandi puntelli economici di Botteghe Oscure, non è per nulla stupito da ciò che sta succedendo in Campania, in Abruzzo, in Basilicata. «Li aspettavo al varco, era solo questione di tempo. La superiorità morale del Pd non esiste». La sua teoria è lineare: accade oggi soltanto perché le finanze rosse non sono più nelle mani di uomini tutti d’un pezzo cresciuti alla scuola di partito, pronti nell’obbedire, astuti nell’agire, abili nel riscuotere, risoluti nel negare. Gente, tanto per non far nomi, del calibro di Renato Pollini, Marcello Stefanini, Primo Greganti, Marco Fredda. «Con Greganti e Fredda fui ospite del pm Antonio Di Pietro nel carcere di San Vittore. Raggio 2/B riservato. Eravamo confinanti di cella, io in mezzo, loro due ai lati».
Donigaglia è incensurato, a parte qualche decreto penale per il pagamento di contributi previdenziali della Coopcostruttori. Arrestato cinque volte, ha subìto 37 processi. Mai una condanna. Bel record per il depositario dei segreti della cooperativa edile ferrarese, «44 anni, dal 1959 al 2003, ultimo stipendio da presidente 1.500 euro al mese, l’equivalente di un capomastro». Contro di lui restano ancora in piedi due procedimenti giudiziari. Da sei anni non ha più la tessera del partito. «Mi sono riciclato mentalmente», solleva il bavero della giacca: all’occhiello, dove per una vita ha tenuto la spilletta delle Coop, ora è appuntata l’aquila con la ruota dentata di Confindustria.
È diventato imprenditore?
«Mi sono dovuto ingegnare come amministratore di una ditta di ascensori in Sicilia, 1.265 chilometri da casa, con uno stipendio più basso di prima. Il lunedì mattina in auto da Argenta a Bologna, 75 chilometri di nebbia. Aereo da Bologna a Catania. Auto a noleggio da Catania a Ragusa, 110 chilometri. Il venerdì sera percorso inverso».
Dev’essere dura, a 68 anni.
«Mi tocca. Sono stato pochi giorni fa dall’avvocato. Per fortuna è un amico e mi difende gratis. Non potrei certo pagargli la parcella. Tutti i miei risparmi li avevo messi nella Coopcostruttori: 54.118 euro. Ma non posso lamentarmi. Sono rimasti sul lastrico, non per colpa mia, oltre 2.500 lavoratori e questa è la spina che ho nel cuore e che non mi fa dormire la notte».
Con le Apc, le azioni di partecipazione cooperativa da lei inventate, sono andati in fumo i risparmi di 3.000 famiglie, oltre 80 milioni di euro del cosiddetto prestito sociale.
«La Legacoop s’è impegnata a restituirlo per il 50%. Credo che le tranche erogate finora abbiano già coperto il 40%. Ma di preciso non so, perché a me non hanno rimborsato nulla. Io sono il reietto, quello che sulla Nuova Ferrara pochi giorni fa è stato definito “Don Canaglia”. Sul giornale è apparsa anche la foto della mia abitazione, con tanto di numero civico in bella vista, come per dire: ecco dove andarlo a cercare. In passato mi sono stati spediti per posta due proiettili 7,65 parabellum e una copia del libro giallo Nido di corvi di Dorothy Eden, imbottita di polvere da sparo e pallini calibro 12. Vorrebbero farmi passare per il colpevole di tutto. Ma io ho citato in giudizio la Legacoop nazionale, la Legacoop Emilia Romagna, la Legacoop di Ferrara e l’Associazione nazionale tra le cooperative di produzione e lavoro perché pretendo che rimborsino il 100% del prestito sociale. Se avessi qualcosa da nascondere, mi sarei preoccupato di metterci una pietra sopra, le pare? Invece invoco il processo per tirar fuori le carte e far chiarezza una volta per tutte, pensi un po’».
Dal verbale d’intercettazione di una telefonata intercorsa fra un avvocato e un ex consigliere della Coopcostruttori, risulterebbe che lei esternò a costoro «ipotesi indiziarie a carico del partito politico Ds (Democratici di sinistra)» per il pacco-bomba ricevuto.
«Vale la mia dichiarazione resa ai carabinieri in quei giorni, che lo esclude. Due giorni prima, da libero cittadino, avevo incontrato Di Pietro. La coincidenza mi parve sospetta. Una persona perseguitata, e che sa di essere innocente, finisce per pensarle tutte. Chi mi mandò il pacco-bomba voleva farmi tenere la bocca chiusa. Di sicuro io non sono mai stato in affari con i malavitosi. Quando lavoravamo in Campania, in Calabria, in Sicilia, ho sopportato minacce di morte e aggressioni dalla camorra, dalla ’ndrangheta e dalla mafia pur di non versare il pizzo. Ci sono le denunce ai carabinieri, alla polizia e allo Sco che parlano per me. A Bosco Reale il capoclan mi puntò la pistola alla schiena sulla piazza del municipio. A Capua mi feci applicare le microspie per assicurare alla giustizia alcuni amministratori comunali legati a Francesco Schiavone detto Sandokan, il capo dei casalesi. Sono sempre andato a testimoniare contro di loro nelle aule di giustizia. Non so se gli appaltatori di oggi possano dire altrettanto».
Che effetto le fa leggere degli scandali in cui è coinvolto il Partito democratico?
«Mi stupisce che gli inquisiti siano stati incastrati con le intercettazioni telefoniche. Io parlavo a quattr’occhi. Per il resto, dal mio punto di vista, niente di nuovo. Solo conferme».
In che senso?
«Il Pci, oggi Pd, è sempre stato il nostro socio occulto, socio di fatto, socio di riferimento, lo chiami come vuole. Con la Legacoop interveniva direttamente nella gestione della Coopcostruttori. Fu il partito a ordinarmi di salvare la Felisatti, la Cei, la Copma di Ferrara e la Cercom di Porto Garibaldi, di evitare il fallimento della Cmr di Filo, di aiutare il Molino Moretti di Argenta».
Il partito le ordinò anche di acquistare la Spal, la
squadra di calcio.
«Per dare una mano a Ferrara e alla sua amministrazione rossa. Mi costava 4-5 miliardi di lire l’anno. Se non altro posso dire d’averla portata dalla C2 alla serie B. Mi costringevano a scucire quattrini a tutti. Ho persino finanziato un film del regista Florestano Vancini, La neve nel bicchiere, interpretato da Massimo Ghini».
Che altro?
«Sottoscrizioni elettorali, sponsorizzazioni, pagine di pubblicità sull’Unità, contributi ai festival. Si celebrava il congresso a Torino? La Coopcostruttori era obbligata ad affittare uno stand all’ingresso, 100-200 milioni di lire. Per noi buttati al vento, ma per le casse del partito assai preziosi. Da Botteghe Oscure mi costrinsero addirittura a prendermi la Cir costruzioni di Rovigo, che era la cassaforte dei dorotei, in mano a un prestanome di Antonio Bisaglia. Mi fu imposto di girare una tranche della transazione, 350 milioni di lire, al tesoriere nazionale della Dc».
Lo fece?
«Ne consegnai solo 250, peraltro iscritti regolarmente a bilancio. Portai il malloppo a Roma, nella sede di piazza del Gesù. Ci vollero un paio di viaggi. Eh, lei non ha idea di quanto pesavano 250 milioni di lire in contanti... Da allora divenni il partner di fiducia dei bisagliani, che mi coinvolsero in tutte le grandi opere pubbliche in Veneto, a cominciare dalla terza corsia della Serenissima».
In accordo col Pci?
«Sempre, è ovvio. All’inizio degli Anni 80 il partito aveva deciso di dar vita alla politica consociativa. Per la nostra cooperativa significava acquisire una bella fetta di opere pubbliche. E infatti vincemmo l’appalto per i lavori di Malpensa 2000, degli aeroporti di Fiumicino e di Bologna, dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, della Tav Roma-Napoli, del porto di Gioia Tauro. Per costruire c’è bisogno che la pratica segua un iter regolare, che gli espropri siano tempestivi, che le concessioni edilizie arrivino in fretta. Serve la politica per tutto questo. E l’amicizia».
Poi scoppiò Tangentopoli.
«E anche lì fu il partito a decidere quale atteggiamento tenere nelle varie indagini giudiziarie».
Resistere, resistere, resistere. Ai magistrati.
«Guido Papalia, procuratore capo di Verona, mi tenne dentro 78 giorni. All’uscita dal carcere, ad aspettarmi al casello di Ferrara sud trovai Piero Fassino, ansioso di sapere com’era andata. Non le dico quanti compagni sono venuti a farmi visita in prigione per raccomandarmi di stare zitto. Poi sono passato per le mani di Antonio Di Pietro, di Piercamillo Davigo, di Carlo Nordio. In tutto mi sono fatto un anno di galera».
Sempre a bocca chiusa.
«A me premeva che il partito aiutasse la Coopcostruttori, in sofferenza per il blocco dei cantieri causato dalle inchieste dei magistrati. Il bilancio rimaneva solido. In base ai parametri di Basilea ci assegnavano un rating migliore di quello della Cmc di Ravenna. I debiti verso le banche ammontavano a 327 milioni di euro, però c’erano in portafoglio ordini per 1.086,5 milioni. Mi feci da parte, su richiesta della Legacoop, proprio per favorire il salvataggio promesso con due distinte delibere. Massimo D’Alema venne di persona ad Argenta per assicurarmi che la Coopcostruttori non sarebbe stata abbandonata».
Perché la Coopcostruttori fu lasciata affogare?
«Il presidente nazionale della Legacoop aveva deciso che gli aiuti alle cooperative danneggiate da Tangentopoli fossero gestiti da Finec holding, società controllata dall’Unipol. Arrivarono soldi a tutte, tranne che alla nostra. Le altre le hanno salvate, la Coopcostruttori no. Perciò dovrebbe girare la sua domanda a Giovanni Consorte. Quel signore che durante la scalata alla Bnl da parte dell’Unipol riceveva le telefonate da Fassino: “E allora, siamo padroni di una banca?” e da D’Alema: “Facci sognare! Vai!”».