Pd in difficoltà: elettori più maturi dei dirigenti

Secondo un sondaggio il 25% di coloro che hanno votato Veltroni approva l'esecutivo. E il partito prova a prendersi i meriti del nuovo clima. A un convegno D'Alema fa &quot;outing&quot;: <strong><a href="/a.pic1?ID=264258">sono un uomo d'ordine</a></strong>

Roma - Certo, i sondaggi vanno sempre presi con le molle. Certo, è passato poco più di un mese dal voto ed è «naturale», come dice il veltroniano Giorgio Tonini, che gli italiani, «anche tra chi ha votato per noi», siano ancora in «luna di miele» col governo.
Sta di fatto che, secondo il sondaggio pubblicato ieri dal Corriere della Sera, un quarto degli elettori Pd dà un giudizio positivo delle prime mosse del governo Berlusconi, e più della metà approva il nuovo clima di dialogo. Un simile afflato filogovernativo crea problemi al partito di Veltroni? No, secondo Tonini, anzi «conferma la giustezza della linea che abbiamo scelto: gli italiani sono stanchi di risse inconcludenti. Il governo è in sintonia con l’opinione pubblica e noi in sintonia col nostro elettorato». In realtà, spiega l’esponente del Coordinamento politico del Pd, il «clima nuovo» è stato digerito meglio dagli elettori che dal «nostro gruppo dirigente diffuso»: «Tanti nostri parlamentari e dirigenti, abituati allo scontro, sono smarriti: “Qui Berlusconi ci frega tutti, ci fa affondare nella melassa, ci spunta le unghie”. Ma nessuno ha ancora proposto di dissotterrare l’ascia di guerra: credo stia diventando chiaro che la linea di Veltroni non ha alternative. Se il governo fa bene, e Berlusconi mantiene il suo approccio costruttivo non ha senso asserragliarsi nel no pregiudiziale».

Una linea che però espone il Pd al rischio di incursioni elettorali e attacchi politici da parte dei potenziali alleati: Di Pietro urla all’inciucio, la sinistra denuncia «silenzio» e «connivenza» veltroniani con il pugno duro in Campania. E non è un caso che D’Alema, nel suo ruolo di controcanto-ombra al segretario Pd, ieri invocasse «collaborazione» con le amministrazioni locali e mettesse agli atti la sua contrarietà ad «affidarsi in modo esclusivo alla forza». Ma anche un dalemiano doc come Gianni Cuperlo riconosce che «il governo ha con abilità tradotto in alcuni provvedimenti-simbolo le risposte ad ansie sentite anche nel nostro elettorato. E non credo che se avessimo urlato che sono tutte bugie e bluff quel sondaggio sarebbero cambiato: quel consenso è figlio di una valutazione positiva del merito di quei provvedimenti». Né il Pd può «contrastare un giusto uso della forza in Campania per timore di rompere con la sinistra». Anche perché, se bene ha fatto Veltroni ad «archiviare la sindrome da autosufficienza» del Pd, «riproporre la vecchia Unione, coi suoi soffocanti veti incrociati, sarebbe una tragedia».
Sui fatti di Chiaiano, Tonini la pensa nello stesso modo: «Era ora e tempo di affermare l’interesse generale dello Stato, se necessario anche con l’uso ragionevole della forza». Parallelamente, «alle comunità locali penalizzate andrà offerto qualche risarcimento. Ma mantenendo il polso fermo».

Anche Enrico Morando, coordinatore del governo ombra («l’alter ego di Letta», secondo Veltroni), non si stupisce per il consenso dal centrosinistra a Berlusconi: «Non ci vuole un sondaggio per capire che alcuni provvedimenti piacciono ai cittadini. L’Ici avevamo cominciato noi a ridurla. Ora che dovremmo fare, dire “vergogna” perché Berlusconi la toglie? O perché affronta la questione salariale con la detassazione degli straordinari?». Un’«opposizione seria» deve «dire dei sì e dei no sul merito, e cercare di imporre una propria agenda accanto a quella del governo, ed è quel che stiamo cercando di fare». Ma la linea dialogante imboccata è quella giusta, «e non dobbiamo avere paura di una innovazione che siamo stati noi per primi a produrre. E a chi ci contesta che così quel cattivo di Berlusconi si fa gli emendamenti su Rete 4 dico che non ha capito niente: lui li fa, e noi ci opponiamo. Ma il dialogo sulle regole deve continuare».