Per il Pd le dimissioni riguardano solo la destra

Chiedono sempre passi indietro agli esponenti del Pdl. Ma su Penati tacciono...

Domenica scorsa l’Unità aveva un titolo bifocale, come quegli occhiali con cui, cambiando l’indirizzo dello sguardo, puoi vedere da vicino e da lontano. Era composto da due frasi, la prima guardava vicino ed era obiettivamente uno scoop: «Opposizioni unite». Uno di quei titoli da far sobbalzare il lettore, specie quello dell’Unità, che crede ancora che la testata sia una dichiarazione di intenti e non il metro di misura delle copie vendute.
La seconda frase guardava lontano e in buona misura annientava la «notiziabilità» della prima: «Via il Premier». Ah ecco, veniva da dire, pareva strano che Pd, Udc, Fli, Idv, Sel e compagnia si fossero unite su qualcos’altro che non fosse il quotidiano invito a Berlusconi a fare i bagagli. Quindi niente scoop, solo la solita routine che va avanti da mesi, anzi da anni, anzi da sempre.
Non è ovviamente solo l’Unità a far emergere come se fosse una notizia il riflesso pavloviano delle opposizioni, basta scorrere la stragrande maggioranza dei quotidiani per trovare lo stesso meccanismo. Se un avversario politico non va a genio, se dice o fa qualcosa di sgradito o se - non sia mai - qualche pubblico ministero lo mette sotto il suo faro d’attenzione, la reazione immediata e irriflessa è sempre e solo una: dimissioni! È chic e non impegna, fa fare bella figura nei salotti televisivi e detto con voce stentorea sembra quasi un programma politico.
«Il passo indietro» di Berlusconi è ormai l’unica vera strategia politica che tenga unito il Pd e i suoi gregari. Perché se solo si prova a fare passo avanti, già si vede la spaccatura tra chi vorrebbe un governo di transizione e chi invece chiede elezioni subito.
Ma non ce n’è solo per il Berlusca: che si tratti di Bondi, di Scajola, di Brunetta, di Tremonti, di Cosentino, di Romano, della Gelmini, che si tratti di inchieste o di gaffe, di parole dette o intercettate, di decisioni prese o annunciate, la contromisura è sempre quella: che vadano a casa. Se il Pdl avesse preso in parola l’opposizione in questa ultima legislatura, a sedere in Parlamento sarebbero rimasti ben pochi e in genere quelli che non hanno aperto bocca dal giorno delle elezioni.
Poteva essere la versione aggiornata della proposta di Rosi Bindi di far dimettere tutti i deputati dell’opposizione per mettere fine alla legislatura: meglio che si dimettano quelli della maggioranza, molto meno traumatico e mette d’accordo tutti.
Anche perché quando si parla di dimissioni, in zona Pd la questione si fa molto scottante. È difficile rintracciare la spensierata facilità con cui si invocano i passi indietro degli altri quando si tratti di cose di casa loro. Nel Pd sono maestri dell’aggiramento: sentirete parlare di congelamenti, sospensioni, auto-sospensioni; oppure ci sono quelli che «si mettono a disposizione del partito». Ma in genere nessuna di queste cose significa lasciare la poltrona alla quale si è stati eletti.
Prendere il caso Penati: il braccio destro di Bersani è stato particolarmente lesto nel dimettersi da vice-presidente del consiglio regionale lombardo e dopo qualche mese il partito gli è andato dietro decidendone la sospensione. Ma non risulta che qualcuno nel Pd o dintorni gli abbia chiesto di lasciare lo scranno di consigliere e le relative prebende. Lo stesso si potrebbe dire del senatore Alberto Tedesco, coinvolto negli scandali della malasanità pugliese. Per lui era anche arrivata una richiesta di arresto che il Pd ha disciplinatamente votato, ma Tedesco siede ancora indisturbato a Palazzo Madama e nessuno ne reclama il seggio. Il massimo dell’ardimento lo ha mostrato Anna Finocchiaro, azzardando la seguente osservazione: «Le dimissioni riguardano la sua coscienza».
Ecco svelato il tratto decisivo della superiorità antropologica della sinistra: a loro parla la coscienza, a destra si devono accontentare di Travaglio.