Pd e Udc alleati di giornata: "Via il Cavaliere"

Bersani vuole votare subito per arginare la fronda interna. E il leader centrista per ora lo appoggia. I militanti del Pd contestano la protesta in programma sabato: "Siamo fuori dal mondo". Scenari: i centristi potrebbero sganciarsi dalla sinistra in caso di governo Monti

Roma- «È lo stesso scenario del 2008: allora erano solo Berlusconi e Veltroni a volere le elezioni; oggi sono solo Berlusconi e Bersani», ragiona sconsolato un dirigente del Pd, di quelli che tifano per un governo Monti che faccia saltare l’alleanza obbligata Pd-Idv-Sel.

E se Berlusconi usa lo spauracchio delle elezioni anticipate come unico sbocco della crisi solo per cercare di tenere insieme una maggioranza, Bersani invece le vuole proprio. Nella convinzione che una maggioranza di larghe intese non sia possibile (Di Pietro e la Lega non ci starebbero, e dal Pdl «potrebbero uscire al massimo i voti di Pisanu, Scajola e un’altra ventina: una maggioranza più risicata della nostra», assicura il leghista Desiderati) e che un’accelerazione verso il voto blindi la sua candidatura a Palazzo Chigi e assicuri la vittoria alla coalizione con Di Pietro e Vendola. Tanto che più d’uno nel Pd confida il timore che il segretario indica le primarie entro gennaio per bruciare le tappe. Anche la manifestazione indetta per sabato ha il sapore di un’inizio ufficioso di campagna elettorale, e molte voci si sono levate nel Pd per frenare: «Forse sarebbe meglio un ripensamento», invita Marco Follini. Il parlamentare torinese Stefano Esposito scuote la testa: «Da quando le manifestazioni vengono proposte a quando si realizzano cambia il mondo, ma noi facciamo finta che si sia fermato». Un altro deputato, il pugliese Dario Ginefra, avanza dubbi su Facebook: «La precipitazione della crisi richiederebbe la sobrietà di una riunione meditata piuttosto che una piacevole e liberatoria trasferta a Roma». Viene subito investito da telefonate di rimbrotto dell’entourage bersaniano, tanto da chiedersi, sempre sul web: «Mi auguro che il dubbio possa ancora essere coltivato, nella sinistra moderna».

Inutili sembrano essere state le pressioni di molti importanti dirigenti, Massimo D’Alema in testa, per convincere il leader Pd che le elezioni ora sarebbero una iattura, che solo il passaggio per un governo istituzionale potrebbe rimescolare gli schieramenti e riaprire la strada a una intesa con i centristi necessaria per governare. Inutili anche le esortazioni di Napolitano, che ha citato al segretario del Pd i precedenti sugli scioglimenti anticipati, con le Camere bloccate per almeno tre mesi: una paralisi che, in una situazione di drammatica crisi economica potrebbe avere esiti catastrofici. Formalmente, il leader Pd ha ribadito la propria disponibilità a sostenere «un governo di transizione e di emergenza» post-Berlusconi, nella convinzione però che i suoi margini di realizzazione siano praticamente inesistenti.
«Finché c’è Berlusconi a Palazzo Chigi, ogni manovra e sacrificio è inutile»: su questo concetto si sono compattate ieri le opposizioni, chiamate in pellegrinaggio al Colle. Nessun sostegno parlamentare alle misure del governo. «Non si risolve il problema dell’Italia senza risolvere il problema di credibilità, ormai azzerata, del nostro presidente del Consiglio», dice Pier Ferdinando Casini uscendo dal colloquio al Quirinale. Gli fa eco dopo il suo turno anche Pier Luigi Bersani: «Abbiamo ribadito che senza un gesto chiaro di discontinuità politica ogni provvedimento potrà risultare inutile».

Fin qui, le strade del centro e della sinistra convergono: la precondizione fatta presente a Napolitano per qualsiasi gesto di «responsabilità» da parte loro (cioè il voto di almeno una parte delle misure anticrisi) è che Berlusconi si faccia da parte.
Bersani, nei colloqui con Casini che hanno preceduto ieri l’ascesa al Colle, si è anche premunito di sapere se il Terzo Polo - una volta tolto di mezzo Berlusconi - potrebbe dare il proprio appoggio ad un governo sempre di centrodestra ma con un nuovo premier. Era la grande paura del Pd, e l’arma di pressione che i fautori di un governo tecnico usavano per dissuadere Bersani dalla corsa verso il voto: «Se nasce un governo Letta coi voti dell’Udc e chiede il nostro voto su misure economiche serie, il Pd rischia di spaccarsi in Parlamento». Ma Casini ha giurato a Bersani che non appoggerà governi simili: «Non siamo disponibili a concorrere a false soluzioni».
Se poi Berlusconi cadesse in Parlamento e rinascesse l’ipotesi di un governo Monti, le strade di Casini e Bersani potrebbero tornare a separarsi.