Il Pd è come la ex Jugoslavia: tutti si sparano, Bersani guarda

RomaIn poche parole, l’invitante slogan scelto per le Regionali. Ma a volerla dire tutta, di parole ne bastano un pugno: il Pd non è partito e non arriverà mai.
Tira un sospiro di sollievo Rutelli, perché «non ne fa più parte» e si sollazza per la «ricreazione che continua». Versa lagrime di coccodrillo il suo sodale trentino, Lorenzo Dellai: «Non possiamo ignorare o sottovalutare il difficile momento del Pd... ». Ne ha parlato persino il quotidiano spagnolo El Pais come di un «cataclisma» reso ancora più drammatico dal risultato delle Regionali, annunciato «disastroso» dai sondaggi. A voler usare clemenza, non si tratta più neppure delle botte ricevute da nemici esterni (il caso Vendola, l’invadenza di Di Pietro). Né degli sgambetti tra nemici interni: D’Alema versus Veltroni, l’uscita della Binetti, lo sdegnato «no» di Prodi eccetera.
Volano ormai gli stracci tra amici, si rompono alleanze, nessuno si fida più di nessuno. Il quotidiano di «casa», Europa, ieri segnalava con toni allarmatissimi che «la spaccatura nella minoranza del Pd in Umbria è una cosa seria». E il motivo è presto detto: anche Veltroni sta pensando di andar via, i suoi amici di Facebook lo spingono a rompere gli indugi, e l’indecisione sarebbe legata soltanto all’approdo. Un nuovo Ulivo? Un altro rassemblement-democrat? L’ormai bolso «centro» con Rutelli e Casini? Una riedizione della «Rete», fortificata dal popolo viola degli internauti? Già, come diavolo chiamarlo? Come renderlo appetibile sul mercato ultrasaturo della politica, tasto cui Walter è sensibilissimo?
La goccia che ha fatto traboccare il vaso veltroniano è stato il caso Umbria, roccaforte nella quale il suo ex fidatissimo tesoriere, Mauro Agostini, aveva avuto ampie rassicurazioni dalla corrente di minoranza (in Umbria maggioranza) veltronian-franceschiniana: «Corri tu e vinci», gli avevano detto. Ma non avevano fatto i conti con lo sfarinamento dei franceschiniani (in parte risucchiati da Bersani, in parte tornati verso l’ovile di Marini). Così il braccio operativo mariniano, Beppe Fioroni, ha potuto mettere a segno il colpaccio di piazzare l’ex rutelliano ed ex dc Gianpaolo Bocci, senza neppure le primarie («se non me le fanno fare, mi do fuoco come un bonzo», aveva minacciato il povero Agostini). Il «fattaccio» testimonia un assetto variabile delle alleanze (si sono trovati d’accordo bersaniani, mariniani e fassiniani), ma soprattutto rappresenta uno storico precedente: la cessione di una piazzaforte rossa agli ex dc.
Veltroni, da un partito così, non si sente per nulla «rappresentato». Prodi li disprezza attendendoli in un’utopica Canossa. Neppure D’Alema ha gradito le esternazioni del segretario Bersani (ieri il primo segno d’insofferenza per una «tutela» sempre più rovinosa: «Mi piace che D’Alema ci metta la faccia, ma non tutti i giorni»). Nel frattempo, i segnali di disfacimento si susseguono come in un bollettino dalla ex Jugoslavia: il partito è stato commissariato a Pistoia (la città di Chiti), in Liguria c’è bagarre sui posti nel listino, nel Lazio si è arrivati a mettere in discussione il primo posto in lista al reggente della giunta, Esterino Montino, mentre s’è dovuto rimpiazzare in fretta e furia il «coordinatore» della campagna elettorale. Questo, naturalmente, per non parlare delle lotte senza quartiere in Campania, grazie alle quali s’è fatto avanti l’unico candidato con un seguito personale (il sindaco di Salerno, De Luca). Addirittura paradossale la vicenda in Calabria, dove il governatore uscente Loiero prima è stato sconfessato dal partito, poi è riuscito a ottenere le primarie e forse persino il ritiro degli altri due candidati (Censore l’ha annunciato ieri, Bova ci sta riflettendo).
In poche parole, dunque, il Pd esplode e la debolezza di Bersani torna utile ai cacicchi regionali e a qualche capatàz nazionale. «Non siamo qui per fare i fatti propri o per regolare conti propri», è sbottato l’altro giorno il vicesegretario Enrico Letta, invocando un «bagno di umiltà per tutti i dirigenti». Più o meno nelle stesse ore, il sindaco torinese Sergio Chiamparino decretava «il fallimento del progetto stesso», lavorando a una sua leadership futura. E Bersani? Sempre più isolato, sempre più accigliato, sempre più sconsolato. «Siamo un partito ancora un po’ fragile», ha ammesso in poche parole. Dettate dall’ottimismo della volontà.