Il Pd fa finta di esultare: Bersani ostaggio di Prodi

Il Pd esulta per il risultato incassato ai ballottaggi: "Vittoria nostra". Ma non può chiedere il ritorno alle urne: Vendola e Di Pietro cannibalizzano l'alleanza

Ma il Pd ha davvero vinto le elezioni? I motivi di soddisfazione, per Bersani, sono molti: il centrosinistra s’è affermato praticamente ovunque, da Trieste a Crotone, da Pavia a Cagliari, e persino Arcore avrà una sindaca «rossa». Per una volta le polemiche e le divisioni sono destinate ad esplodere nel centrodestra, non nel martoriato Pd. E la sconfitta di Berlusconi chiude sul nascere quella «verifica» interna minacciosamente chiesta, con intenti diversi, da Veltroni e dai popolari di Fioroni.
La festa per Bersani, però, finisce qui. E cominciano le preoccupazioni. Per capire di che cosa stiamo parlando, bisogna ritornare all’autunno del ’93. Quell’anno il pentapartito, fiaccato da anni di stagnazione politica e colpito al cuore dalle inchieste di Mani pulite, perse clamorosamente Roma e Napoli. Veltroni e Bassolino, come oggi Pisapia e De Magistris, vennero salutati come i profeti di una nuova era. Nacque così la «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto che fu poi travolta dalla discesa in campo del Cavaliere.
Oggi un nuovo Berlusconi capace di unificare il centrodestra non c’è ancora (c’è comunque quello originale, il «combattente», le cui capacità di rimonta non andrebbero mai sottovalutate), ma lo schema è lo stesso: un’alleanza di sinistra-centro dove il Pd di Bersani, come ieri il Pds di Occhetto, si ritroverà da solo nell’impresa difficilissima di presidiare il centro e conquistare il voto moderato, mentre sull’ala sinistra le scorrerie di Vendola e di Di Pietro, come ieri quelle di Bertinotti, inesorabilmente sbilanceranno la coalizione in senso radicale e, dunque, meno credibile e meno affidabile.
Non è un problema di ingegneria delle alleanze, ma di strategia e di cultura politica, come ha giustamente osservato ieri Massimo Cacciari su Repubblica. Il sinistra-centro che esce vincente dal voto amministrativo non è una coalizione in grado di conquistare domani la maggioranza degli italiani perché manca di un tassello fondamentale: quel centro cattolico, moderato e riformista che è stato incarnato nel ’96 dal Ppi e nel 2006 dalla Margherita, e grazie al quale le porte di palazzo Chigi si sono aperte alla sinistra post-comunista. Senza un’alleanza con l’Udc, oggi, il sinistra-centro difficilmente può vincere le elezioni, e ancora più difficilmente potrebbe governare a lungo. Il segretario del Pd lo sa benissimo, ma sa altrettanto bene che l’obiettivo principale di Casini è e resta quello di ereditare il centrodestra, non di sdoganare il centrosinistra.
Ma c’è un problema in più sulla scrivania di Bersani: il voto di Napoli. La vittoria imponente di De Magistris, espressione del populismo giustizialista più retrivo, unita ad un’astensionismo che ha raggiunto il 50%, ci consegna una Napoli in preda agli istinti primordiali dell’antipolitica: considerarla una vittoria del centrosinistra è non soltanto un errore tecnico (De Magistris non s’è apparentato con nessuno), ma è, soprattutto, un clamoroso errore politico. A Napoli il centrosinistra ha perso tanto quanto il centrodestra, e la nuova «Lega Sud» che governerà la terza città d’Italia è già oggi un problema, e non una risorsa, per Bersani.
È per tutti questi motivi che il Pd non chiederà a voce alta le elezioni anticipate, e di certo non si batterà per averle. L’obiettivo è invece un governo tecnico o istituzionale che lasci decantare la situazione, disfi quel po’ di bipolarismo che ancora c’è in Italia e prepari il ritorno al proporzionale. In altre parole, il Pd non punta all’alternativa, per la quale è il primo a sentirsi impreparato, ma lavora per un nuovo sistema politico ad alleanze variabili, non cementate dal voto dei cittadini ma frutto delle opportunità parlamentari, e dunque reversibili. Ma questa è tattica, e forse neppure delle migliori: il problema strategico, a Largo del Nazareno, resta drammaticamente aperto.