Il Pd garantista a senso unico: i loro inquisiti diventano eroi

Torna la doppia morale: forcaioli con Cosentino, innocentisti con De
Luca. Intanto il partito più compromesso d’Italia nasconde i suoi panni
sporchi

La legge del moralismo strabico funziona così. È semplice semplice. De Luca sì, Cosentino no. Delbono buono, la Moratti cattiva. Marrazzo, Vendola, Bassolino, Loiero tutti più o meno da capire, giustificare, perdonare. Gli altri, a destra, tutti alla sbarra, tutti al rogo. Il vecchio Lenin, che di comunisti se ne intendeva, direbbe che la doppia morale è la malattia senile della sinistra italiana. Due pesi e due misure. I panni sporchi sono sempre quelli degli altri.

Se Vincenzo De Luca è indagato per reati contro la pubblica amministrazione, visto che è di sinistra, bisogna applicare tutte le cautele del garantismo, quasi considerarlo un perseguitato. Se, invece, ad essere indagato è un candidato di centrodestra, allora serve una legge per metterlo fuori dal gioco. Dov’è finito il senatore Ignazio Marino, quello che solo tre mesi fa, ai tempi delle primarie del Pd gridava: «Niente inquisisti nelle nostre liste»? Adesso sostiene De Luca.

E dove sono finiti tutti quei duecentocinquanta parlamentari che avevano votato compatti per chiedere le dimissioni del sottosegretario Cosentino? Sono tutti lì, sempre compatti, dietro il loro candidato. E Michele Santoro, il grande giustiziere catodico, manderà il suo inviato prediletto, Corrado Formigli, a collegarsi da una piazza di Salerno per raccontare le nefandezze del sindaco sceriffo? Li vedremo questa volta i baffoni di Sandro Ruotolo immersi nei verbali dei testimoni del processo contro De Luca?
Illusioni. Un mese fa sermoni e j’accuse dei leader del Pd contro l’orribile sottosegretario Cosentino, quello che non si dimette, quello indecente, quello inquisito. Un mese dopo la realtà è capovolta. Gli stessi leader, sempre quelli del Pd, incensano, plaudono, applaudono, santificano, perdonano il loro candidato, anche lui inquisito. Cosa cambia? Nulla. Solo il nome e il colore. Cosentino, Pdl, è un furfante. De Luca, Pd, è un benefattore. Tutto avviene senza un minimo di riflessione, uno straccio di giustificazione, un abbozzo di scuse. Così è (perché a loro pare).

Ai tempi di Enrico Berlinguer il segretario del Pci poteva dire in una storica intervista a Eugenio Scalfari: «I partiti sono diventati una macchina di potere, sono penetrati in tutti i gangli dello Stato». Oggi, se il segretario del Pci dovesse continuare il suo ragionamento, non potrebbe fare a meno di notare che è il Pd il partito più inquisito, più spregiudicato, più compromesso sul piano della questione morale. Potrebbe cominciare il suo viaggio a Genova, dove il candidato presidente alla Regione, Claudio Burlando, sorpreso dalla polizia contromano in autostrada, ha mostrato il suo tesserino da parlamentare, scaduto. Lei non sa chi sono io.

All’ombra della Lanterna troverebbe anche il portavoce del sindaco indagato in un’inchiesta, reo confesso, per i suoi rapporti spregiudicati con alcuni imprenditori. A Bologna, invece, incapperebbe in un altro sindaco, Flavio Delbono, che si fa dare un bancomat per l’amante da un imprenditore che faceva appalti con la Regione Emilia Romagna. Quando? Quando Delbono era il vice del presidente Errani. Ancora peggio a Roma, dove conoscerebbe un presidente della Regione Lazio dimissionario, Piero Marrazzo, che cercava di occultare e distruggere le prove di un ricatto. In Puglia incontrerebbe cinque assessori dimissionati dal presidente Vendola per l’inchiesta sulla malasanità, e un vicepresidente (Sandro Frisullo) che si è dimesso dopo la notizia che un imprenditore gli pagava gli incontri con due prostitute. In Campania, tanto per non farsi mancare nulla, avrebbe a che fare con il presidente uscente, Antonio Bassolino, indagato per la sua gestione spensierata del ciclo di smaltimento dei rifiuti, mentre altri parlamentari e un assessore sono ancora sotto inchiesta tra Roma e la Campania per i rapporti con Alfredo Romeo, un imprenditore della manutenzione urbana. E alla fine del viaggio, in Calabria, troverebbe Agazio Loiero, che detiene un meraviglioso primato: guida la giunta più inquisita d’Italia.

È la mappa dei panni sporchi, quelli che la sinistra non ha mai lavato. Solo che adesso puzzano.