Pd, è già resa dei conti Parte la sfida a tre Veltroni-Prodi-D’Alema

Il premier pronto a dar vita a una lista con Pdci, Verdi e socialisti in funzione anti-Walter. Il ministro degli Esteri raduna le sue truppe. Un dirigente Ds: "Sarà una guerra senza esclusione di colpi"

Roma - Tra il funerale del comandante Bulow e quello del governo Prodi, Veltroni ha scelto il secondo.

Il leader del Pd ha annullato a ora di pranzo la partecipazione alle esequie del capo partigiano Boldrini, «costretto dall’evoluzione della crisi». D’Alema invece è andato. E ha tenuto a sottolineare che lui sarebbe andato a dare «questo saluto in qualsiasi momento».
Una punzecchiatura, un segnale in più di quanto siano tesi i rapporti tra i capi del Partito democratico. Certo, Veltroni e D’Alema sono stati uniti nel premere su Prodi perché non «avvelenasse i pozzi», per dirla con il democrat Antonio Polito, e si togliesse di mezzo prima del voto al Senato.

Ma ora si apre un’altra partita, e gli interessi divergono. «È il tempo della responsabilità, occorre evitare elezioni anticipate», dice Veltroni. Fin qui, tutti d’accordo nel Pd. Tranne uno: Prodi. La convinzione del premier uscente è quella cui han dato voce diversi piccoli partiti dell’Unione: «Questa crisi è il capolavoro di Veltroni», dice la Pdci Palermi, e con lei Salvi di Sd. «È stato il suo Pd a frantumare la maggioranza, dichiarando che andrà solo al voto». Prodi, assicurano i suoi, ieri non aveva alcuna illusione di farcela in Senato. Il suo consigliere Rovati, che presidiava Palazzo Madama, accettava di buon grado gli scherzi: «Non ti sarebbe rimasto un ente per me?», gli chiedeva Bobo Craxi. Lui allargava le braccia: «Finiti, mi spiace. Però ho scoperto che Turigliatto prende ordini dalla Quarta internazionale di Parigi, peccato non avergli fatto una telefonatina in francese: ’Alò alò, monsieur Turigliattò...’. Magari recuperavamo il suo voto». Prodi sapeva che sarebbe uscito sconfitto, «ma era quello che voleva», spiega il prodiano Pinza. «Così ne esce da martire che ha combattuto fino in fondo ed è stato fatto fuori dai traditori». E non c’è dubbio che userà questa forza per «crearci tutti gli ostacoli possibili», dicono nel Pd. Dove si teme molto che si precipiti verso elezioni anticipate con Prodi dimissionario a Palazzo Chigi, a gestire l’ordinaria amministrazione. Uno scenario che, contano in casa prodiana, «non dispiace a Berlusconi, interessato ad avere un governo in agonia nel quale la faccia di Prodi si sovrappone a quella di Veltroni».

Per il leader Pd è uno scenario assai poco allettante, ma sa bene che la speranza che Berlusconi (in cambio di una data certa per le elezioni entro giugno, e di una legge elettorale più bipartitica) conceda un governo Marini o Amato sono esili. Si teme la minaccia di scissione del prodiani, che secondo esponenti Pdci «sono pronti a far partire una lista ulivista contro il Pd, con dentro noi, Verdi e socialisti». Ma in casa prodiana si esclude che il Professore sia disposto a scendere in campo alla testa di un simile esercito: «Lui guarda oltre la cucina italiana, pensa a incarichi Ue o Onu. O magari al Quirinale». Piuttosto, la minaccia ha l’obiettivo di bloccare la decisione veltroniana di correre da solo, liberandosi del caravanserraglio dell’Unione.

Nel loft circolano già sondaggi per contrastare il pressing: il Pd da solo potrebbe puntare al 30%, e grazie al «fattore Walter» arrivare fino a oltre il 35%. Se invece si presentasse alleato di Diliberto, Pecoraro e compagnia, precipiterebbe di almeno 10 punti. Veltroni sa che è questa la vera guerra che si aprirà ora nel Pd. «Molti sospettano che Walter abbia da tempo in mente le elezioni come via più breve per spazzare via la vecchia classe dirigente facendo le liste come vuole lui», confida un dirigente ds anti-Veltroni. Che annuncia: «Sarà una guerra senza esclusione di colpi. Anche perché senza coalizione rischiamo di regalare a Berlusconi l’en plein in Senato». Già domani, a Roma, D’Alema raduna le sue truppe in un convegno dove si mostreranno i muscoli a Veltroni. E la dalemiana Finocchiaro ricorda che è prematuro affermare che sarà Veltroni il candidato premier del Pd: «Lo statuto che lo sancisce non è stato ancora approvato». E Fassino ricorda che «con questa legge elettorale, è difficile andare soli al voto». E Beppe Fioroni, capo delle truppe organizzate ex Ppi, a pochi minuti dal voto del Senato diceva: «Se tutto va bene, da domani mi libero del ministero e torno a fare politica. Mi pare che il Pd ne abbia molto bisogno». Alle orecchie di Veltroni, più una minaccia che una promessa.