Il Pd insulta i genovesi: «Fate schifo». E rischia di saltare sulla moschea

(...) Il presidente Giorgio Guerello prova ad anticipare i rumoreggiamenti ma viene subito zittito da chi gli ricorda come abbia invece permesso alla claque di sostenere la sindaco in occasione della seduta sull’alluvione. Si parte, dunque, anche perché la maggioranza va subito sotto quando prova a rispettare l’ordine dei lavori: cioè, prima il bilancio, poi la moschea. Breve sospensione della seduta e spazio al dibattito che più interessa. Il leghista Alessio Piana fa subito il pieno di consensi presentando la mozione contro la realizzazione al Lagaccio. Guido Grillo illustra per il Pdl un ordine del giorno che invita il sindaco a fare tanti approfondimenti. L’intervento del senatore Enrico Musso è una vera lezione per la «prof». Ma va bene anche a Franco De Benedectis che a nome dell’Idv prova a ribadire il «no» a quella localizzazione assurda, pur lasciando spazio alle quasi obbligate prese di distanze dalla Lega. È il gioco delle parti, ma gli schieramenti sono netti. A dir la verità Andrea Proto sembra avere qualche dubbio sulla linea dei dipietristi, ma Scialfa lo catechizza.
Ma il preside dell’Idv sbotta proprio quando prende la parola Erminia Federico, consigliera Pd, che proprio non ce la fa a resistere e innalza i toni. Accusa anche gli alleati contrari al Lagaccio e il labiale di Scialfa è chiarissimo: «Volete la guerra? Va bene, Facciamo la guerra». La frase la ripete subito dopo al capogruppo Pd Marcello Danovaro, che scatta in piedi e va a prendere per le orecchie la collega che non capisce il rischio corso. Anche Giorgia Mannu prova a rasserenare De Benedictis.
Lilli Lauro (Pdl) giudica «politicamente immorale» quanto sta facendo la sindaco ai residenti, e Gianlorenzi Bruni dell’Udc si arrampica sugli specchi per spiegare il loro ribaltone, da referendari anti moschea a prescindere a favorevoli a qualunque scelta in qualunque luogo. In aula sembra quasi che ci pensi il pubblico a fare l’opposizione con l’ostruzionismo. Un’interruzione dopo l’altra, un allontanamento dopo l’altro, la seduta si trascina. Alla fine i vigili «arrestano» qualsiasi cosa: Guerello chiede di sequestrare il «fischietto» a chi aveva usato come strumento le dita; a Milena Pizzolo, consigliere municipale della Lega, viene requisita persino una mappa dell’area come se fosse chissà quale striscione volgare.
Intanto Scialfa ottiene le scuse di Danovaro. Il capogruppo Pd spiega «di non avere colpa se ho dei consiglieri c....», dei consiglieri così. Talmente «così», che per dimostrarlo, poco dopo, la stessa Federico riprende la parola e rivolgendosi al pubblico se ne esce con un «mi fate schifo» che fa saltare i nervi anche al paciere Felice Ravalli, presidente del comitato. Più tardi l’interessata smentirà, assicurando di «essersi rivolta all’opposizione». Che, ammesso ma non certo concesso che sia così, è fatta pur sempre da cittadini genovesi che la pensano diversamente da lei.
Ma il piano salva-faccia prosegue mentre tutti cercano visibilità. Il dibattito sulla moschea in consiglio comunale serve per sapere, ad esempio, che il consigliere Umberto lo Grasso ieri mattina ha bevuto «dieci caffè, i primi due a Certosa...». Oppure che l’Udc è contro la mozione della Lega ma addirittura «lascia i cittadini liberi di esprimere le loro idee». Andrea Proto trasforma la sala in palcoscenico, alternando pericolosi complimenti alle ragazze islamiche a inviti a darsi fuoco per la battaglia di Fincantieri. È ancora una donna, Angela Burlando, a far perdere la pazienza a Scialfa, quando in un clima un po’ rasserenato se ne esce con inviti al pubblico a dare migliori esempi di educazione ai figli. E mentre Matteo Campora (Pdl) raccoglie applausi, Danovaro è costretto a parlare per cinque minuti di niente per non fare ulteriori danni, rifugiandosi nel sempre utile ricordo della medaglia d’oro per la resistenza data a Genova. Che non c’entra niente, ma almeno cambia discorso e Scialfa, lasciato solo dai dirigenti del partito e dalla collega Marylin Fusco a tenere a bada i suoi e gli alleati, può concludere il suo piano.
Marta Vincenzi, fino a quel momento incredibilmente silenziosa, tira un sospiro di sollievo quando tocca a lei. Dice no, come ovvio, alla mozione della Lega e agli ordini del giorno di Musso e Pdl. Ma non boccia quello dell’Idv, che è addirittura più forte perché dice no al Lagaccio. La sindaca chiede di «trasformarlo in raccomandazione» e dice «di essere disposta ad accettarlo». Quello era il piano di fuga e quello viene messo in atto. Bocciate mozioni e ordini del giorno dell’opposizione, Marta Vincenzi «accoglie la raccomandazione» che la «impegna a esperire tutti gli approfondimenti necessari per trovare una collocazione alternativa al Lagaccio». Tradotto dal politichese: la sindaca dice di aver capito la lezione. Sa che se va alla conta perde. E ha la scusa per prendere tempo e non portare in consiglio comunale la pratica definitiva, che verrebbe bocciata con i voti dell’Idv e di qualche esponente del Pd fedele alla «nemica» Roberta Pinotti. Sarebbe un doppio smacco: bocciata la moschea e sconfitta interna al partito per Marta. Meglio accontentarsi dei proclami.