«Il Pd manda giocatori di ping pong a fare i sub»

Ha preferito sbattere la porta prima che gliela chiudessero in faccia: così, con una durissima lettera ai vertici del Pd, Paolo Costa ha rinunciato a ricandidarsi per Bruxelles. Docente universitario, ex ministro, ex sindaco di Venezia, parlamentare europeo da dieci anni e presidente in carica della Commissione trasporti: nella Dc (da cui proviene) sarebbe stato un «cavallo di razza», nel Pd di oggi è buono solo per la pensione.
Brutto modo per chiudere una carriera come la sua.
«Avevo capito che il Pd veneto non puntava su di me, ho scelto di levare tutti dall’imbarazzo togliendo il disturbo. In queste ultime settimane, quando i colleghi parlamentari o i funzionari di Bruxelles mi davano appuntamento a dopo il voto, non sapevo che dire. Meglio chiarire le cose e farsi da parte subito».
Che cosa rimprovera al suo partito?
«Franceschini ha scelto di dire: noi siamo seri, Berlusconi e Di Pietro no perché si candidano dovendo rinunciare al seggio. Benissimo. Ma pensavo che serietà fosse anche sottolineare l’esperienza e la competenza di molti rappresentanti del Pd in Europa. Altrimenti che cosa contrapponi a Berlusconi?».
E il Pd che cosa ha fatto?
«Da un anno avevo scritto a Veltroni, Fassino, a tutti; ho chiesto un incontro dove raccontare ciò che si faceva e valutare le esperienze fatte. Silenzio. Hanno scritto i programmi senza coinvolgerci. Evidentemente a Roma sanno già tutto, conta soltanto quello che si dice su e giù per i passi perduti di Montecitorio. Che provincialismo».
Lei ne fa una questione personale.
«Niente affatto. Donata Gottardi ha rinunciato prima di me per lo stesso motivo. E perché non ricandidano Guido Sacconi, che presiedeva la Commissione sul clima? Se c’è stato un tema caro al centrosinistra che ha attraversato l’Europa prima della grande crisi è stato quello dei cambiamenti climatici. Invece hanno preferito selezionare una squadra di ping pong per mandarla a fare pesca subacquea».
Persone prive di competenza?
«Rispettabilissime, per carità. Luigi Berlinguer lo stimo moltissimo, ma gli hanno detto: ricomincia da capo. In Germania non ragionano così».
E come ragionano?
«Selezionano persone capaci e interessate ai quali per i primi cinque anni chiedono soltanto di impratichirsi. Chi emerge viene riconfermato e diventa capogruppo o capodelegazione in qualche commissione. I migliori fanno un terzo mandato, magari fanno i presidenti di commissione. La scelta avviene se hai svolto un buon lavoro in Europa, non se hai gli appoggi giusti in patria o sei telegenico. Se il criterio è la mediaticità, nessuno batte Berlusconi».
Lei è uno dei deputati italiani più presenti in aula.
«Sì, ma è un indicatore poco significativo anche se i giornali italiani lo enfatizzano. Nell’ultima sessione, per esempio, ero assente perché impegnato a risolvere la questione degli slot aeroportuali».
Che cosa conta, allora?
«Conta il lavoro effettivo. Io sono stato nominato tre volte presidente della Commissione trasporti, una delle più importanti, ho costruito rapporti con numerosi ministri, sono stato relatore di 49 disegni di legge, ho rappresentato gli interessi italiani in questioni-chiave. Oggi (ieri per chi legge, ndr) dovevo essere al vertice informale dei ministri dei Trasporti vicino a Praga a discutere dei futuri collegamenti, invece sono rimasto a Venezia. Come potevo parlare di un futuro al quale non parteciperò?».
Hanno voluto farle pagare il suo impegno come commissario per il Dal Molin, l'aeroporto di Vicenza che diventerà base Nato?
«Senz’altro. Da noi non si è ancora capito che quando sono coinvolti livelli diversi di governo c’è chi decide e chi deve limitarsi a dare pareri. Sulla politica estera e della difesa non decidono i sindaci. Il Manifesto dei valori del Pd prevede queste cose. Ma noi diciamo le cose e poi non le facciamo».
Ha parlato con Francheschini in questi giorni?
«Ci siamo visti quando ha riunito gli eurodeputati uscenti raccontando quello che stava facendo. Poi ho scritto la lettera. Ora immagino abbia anche altre cose da fare».