"Il Pd? È messo male. E la crisi del partito colpirà anche Pisapia"

L’ex sindaco socialista Paolo Pillitteri: "I primi guai nati con le
primarie. I democratici non accettano l’asse tra Giuliano e i cattolici. La sinistra estrema si fa sentire, è un problema"

«A che punto siamo? Siamo in crisi. Tutti in crisi. Milano, Roma, il Paese». Onorevole Paolo Pillitteri, volevamo parlare di Milano. A parte la breve esperienza di Giampiero Borghini, lei è stato l’ultimo sindaco di sinistra.
«Vent’anni fa. Siamo nel pantano, ma qualche stellone ci salverà».
Giuliano Pisapia è un sindaco di sinistra?
«Penso di sì. Lui lo rivendica. Ma è una sinistra diversa. Non è quella del Pd, non è socialdemocratica come eravamo noi lib-lab, non è nemmeno quella di Sel e come si chiama quello lì?».
Nichi vendola.
«Tante cose insieme emulsionate da Pisapia durante le primarie nel corpaccione della sinistra milanese».
Le primarie sono state un momento di grande frattura a sinistra.
«Lì è partita crisi del Pd. E oggi deflagra per l’asse tra Pisapia e Tabacci».
Un democristiano inaffondabile.
«Il problema è l’accordo tra Pisapia e il mondo cattolico che lo ha fatto vincere. E perdere la Moratti. Il nervosismo del Pd è tutto qui. A parte il mio amico Franco D’Alfonso, il resto della giunta risponde a questa grande alleanza».
Si può amministrare Milano quando il partito più importante della maggioranza è in crisi?
«Bisogna vedere se funziona. Finora ha tenuto».
Pisapia è un buon sindaco?
«Cinque anni di salesiani mi hanno insegnato a non giudicare se non vuoi essere giudicato. Il sindaco è il mestiere più bello del mondo, ma anche il più difficile».
Giudizio per il quadrimestre?
«Pragmatico e buon mediatore».
Ci sono già le prime falle. Litigano su tutto: Expo, Pgt, bilancio.
«E lui cerca di tamponare».
Stefano Boeri attacca il Pd.
«Il Pd è messo male».
Le primarie perse sono state una brutta botta.
«Il Pd ha cominciato a entrare in una spirale già prima. Vengono da anni in cui non hanno più vinto nulla, a parte la Provincia con Penati».
E quindi?
«Quindi la crisi esplode proprio con le primarie. Perché non solo vince un esterno, ma proprio Pisapia il più pericoloso dei concorrenti».
Boeri picchia duro.
«È stato onesto a parlare di una crisi di identità per il Pd. Del resto la stessa crisi che attraversa il Pdl. I due si specchiano».
Pisapia sopravviverà a questi problemi?
«Potrebbe farcela, il sistema elettorale è diverso. Io mi sono dovuto dimettere per un voto, perché il consigliere dei pensionati era ammalato».
Oggi il sistema è più stabile.
«Ma le vicende del Pd costituiscono un grosso problema per la giunta, tutto questo è destabilizzante».
Pisapia cercherà di mediare o metterà in campo la sua personalità?
«Entrambe le cose. Ci vuole personalità, ma anche disponibilità ad ascoltare le ragioni degli altri. La politica è mediazione, non scontro».
Poi ci sono anche Basilio Rizzo, e quelli di Sel, i consiglieri furiosi.
«All’interno Pisapia ha frange estreme della sinistra che si fanno sentire. Eccome si fanno sentire».
L’Espresso gli ha dedicato la copertina. Potrebbe essere Pisapia il papa straniero? Il leader che la sinistra nazionale sta cercando?
«Secondo me sì. Anche se è talmente bello fare il sindaco».
Potrebbe vincere le primarie?
«Cita spesso il soprannaturale e allora le vie del Signore sono infinite».
Boeri è la sua spina nel costato?
«Boeri deve ancora trovare un suo ruolo, una sua dimensione. Quando li troverà sarà più tranquillo».
È Boeri il problema della giunta?
«Ma no. Il Pd sta attraversando la crisi più grave. Anche a livello nazionale. Non hanno ancora deciso se scegliere la socialdemocrazia o cos’altro».
Anche a Milano c’è lo spettro del governo Prodi bis, la sinistra rischia di implodere.
«La solita allucinazione. Dopo un grande vittoria della sinistra, subito cominciano i mal di pancia. È sempre così».
Di cosa ha bisogno Milano?
«Manca un po’ di ottimismo».
E dove si va a prenderlo?
«L’Expo può essere una speranza. Verde o biologica va bene tutto. Però bisogna cominciare a farla camminare tra la gente. Come è stato fatto nel 1906. Ricordiamocene».