«Il Pd molli il sindacato sui contratti»

RomaSindaco Chiamparino, perché la sua proposta di «partito del Nord» viene così osteggiata dentro il Pd?
«Evidentemente c’è chi la teme, sospetto sia per la preoccupazione così si rompano gli equilibri dettati dall’intreccio di componenti e sottocomponenti interne. Invece il Pd deve smettere di essere una federazione di correnti e diventare una federazione di territori, se vuol essere un soggetto politico popolare e di governo».
Intanto però il Pd del Nord è stato bocciato, al massimo si riunirà un coordinamento delle regioni settentrionali. È un contentino?
«È un primo passo. Ora però verificheremo se funziona, come e se serve davvero agli obiettivi che ho posto e all’esigenza di autonomia dal basso che abbiamo».
Ma che cos’è il suo partito del Nord? Serve a «scimmiottare» la Lega o a inseguirla, come accusano alcuni dirigenti del Pd?
«Senta, un Pd che voglia ambire al governo deve assolutamente darsi strumenti per contrastare il crescente insediamento della Lega. Che sta col Pdl ma sta mostrando una forte capacità espansiva in settori sociali che sono il riferimento indispensabile di un partito di sinistra e popolare. Ci sta insidiando da vicino in segmenti di elettorato che erano nostri. E allora dobbiamo saper stare vicini ai problemi reali di questi territori e dare delle risposte credibili».
Quali?
«Ovviamente non le stesse della Lega, perché abbiamo una cultura politica e ideale di versa: ad un cassaintegrato non andrei certo a dire che se perde il lavoro la colpa è degli immigrati. Bisogna diminuire le tasse sul lavoro. E, cosa scomoda per una parte della sinistra e del sindacato, rivedere gli schemi contrattuali, che non possono continuare ad essere definiti in base a logiche astratte e generali. È necessario superare le attuali rigidità e collegare il salario alla produttività, su tutto il territorio italiano. Credo siano punti su cui il coordinamento del Pd del Nord dovrà essere chiamato a pronunciarsi».
Lei ha parlato anche di nuove alleanze, da decidere in autonomia.
«Io sono d’accordo con quel che dice ad esempio Filippo Penati, presidente della provincia di Milano: il Pd nel Nord deve saper giocare in campo aperto, dialogando anche con i riformisti dell’altra sponda. E scommettendo sul fatto che di qui alle Regionali del 2010 gli schieramenti attuali possano scomporsi, per le contraddizioni del governo. Ma per sperare che questo avvenga, e che noi diventiamo interlocutori credibili, il Pd deve saper essere incalzante e coraggioso su questioni chiave. A cominciare dal federalismo: non si fa che parlarne, ma siamo il paese meno federalista del mondo. L’unico nella Ue in cui non esiste una tassa autonoma locale: e allora perché non rilanciamo la proposta di un buon numero di sindaci del Veneto che chiedono che il 20% dell’Irpef resti ai Comuni?».
Intanto nel Pd del Sud e non solo succede di tutto: inchieste, scandali, dimissioni. Il giurista Zagrebelsky, suo conterraneo, parla di «questione morale» e di «cacicchi scatenati» dentro il Pd.
«Sono casi molto diversi tra loro, e sui quali non ho elementi per pronunciarmi. Ma non mi pare che la ricetta per evitare degenerazioni sia quella indicata da Zagrebelsky, una sorta di ritorno al centralismo democratico. L’unico modo per imporre trasparenza e onestà in chi amministra è quello di creare centri di decisione sempre più vicini ai cittadini. È il dover rispondere quotidianamente agli elettori che mi sfida ad essere responsabile e trasparente nei miei comportamenti di sindaco, non certo il dover rispondere al Pd di Roma...».
La prossima direzione del Pd sarà una nuova tappa della lunga guerra Veltroni-D’Alema?
«Qui in periferia non ne arrivano echi, di questa guerra. Ma sui media non si parla d’altro e questo non fa bene al Pd. Dove peraltro c’è un gioco molto più complesso di correnti e sottocorrenti che è il vero elemento di ritardo per il partito, e il collo d’imbuto che impedisce l’emersione di nuove leadership. Sarebbe bene che la Direzione arrivasse davvero ad un chiarimento, tenendo conto che questo partito è assai più vasto e complesso dei contrasti tra D’Alema e Veltroni».