Il Pd non esiste, ma c’è già rissa per guidarlo

da Roma

Dal Giappone, Romano Prodi manda a dire che «questo non è il momento di parlare della leadership del Partito democratico, è il momento dell’entusiasmo».
Ma a pochi giorni all’apertura dei congressi di scioglimento di Ds e Margherita che segneranno la nascita del Partito democratico, di entusiasmo se ne respira davvero poco.
A parte le scissioni annunciate e i tragici sondaggi sull’appeal elettorale della creatura post-ulivista, i dirigenti sembrano soprattutto impegnati in uno scontro feroce tra loro. Posta in palio, la futura leadership del partito e la candidatura alla guida del prossimo governo. Che secondo Massimo D’Alema devono stare insieme: «Un leader ora c’è ed è Prodi - afferma il vicepremier - ora bisogna costruire il partito ed è ovvio che la leadership coincide con la guida del governo». Ma «non mi pare che sia questo adesso il problema», ora bisogna occuparsi di dare «un profilo a questo partito», poi «ci saranno persone che aspirano, che vengono indicate, e molte hanno sicuramente le qualità per aspirare». D’Alema è preoccupatissimo per l’effetto dell’annunciata scissione del Correntone e in queste ore ha incontrato Mussi per un ultimo tentativo di frenarla. Senza risultato. Nel frattempo i suoi si danno un gran da fare a tagliare la strada a uno degli aspiranti, Piero Fassino, che ha incautamente (a loro parere) dichiarato di ritenersi un candidato leader con le carte in regola: contro il segretario sono scesi in campo uno dietro l’altro Nicola Latorre, Marco Minniti, e ieri Anna Finocchiaro: «No alle autocandidature, la scelta della leadership non può maturare nel coté dell’attuale dirigenza. Serve un ricambio generazionale vero», e più spazio anche alle donne: «Aria fresca», insomma.
E non è un caso che anche la capogruppo dell’Ulivo al Senato abbia messo i piedi nel piatto, ieri: secondo i dirigenti fassiniani, è proprio lei la carta su cui punterebbe D’Alema per la guida del Partito democratico, magari in tandem con l’emergente della Margherita Dario Franceschini, capogruppo alla Camera. Una carta nel segno della «novità» e del «movimentismo» di cui D’Alema lamenta la carenza nel processo troppo «politicistico» verso il Pd impostato da Fassino. Che dovrebbe servire a tagliare la strada ora all’attuale segretario (cui D’Alema tenterà di imporre un gruppo dirigente «snello» e meno fassiniano) e domani al Candidato numero uno: il sindaco di Roma, Walter Veltroni. Perché l’«intesa» anti-Fassino che i due avrebbero siglato nel loro incontro di tre giorni fa non è destinata a durare. Serve ora per cercare di tagliare le unghie a un segretario che, spiegano i fassiniani, «si è rivelato a sorpresa molto più forte nel partito di quello che loro si aspettavano, con quel 75% di consensi congressuali che avevano segretamente sperato di prosciugargli grazie alla mozione Angius». Ma per il dopo i due hanno giochi diversi in testa. Anche se in casa veltroniana si pensa che al dunque «un realista come Massimo finirà per prendere atto che la leadership di Walter è inevitabile, e per farsene kingmaker: perché D’Alema ha il partito dietro, ma Veltroni ha gli elettori».
Fassino, racconta chi gli sta vicino, è a dir poco «furibondo» per l’offensiva dalemiana. E lo dice: «Basta, sono indignato. Troppi dubbi, troppe critiche, siamo di fronte a un traguardo storico e invece stiamo qui a discutere di leadership». E ne ha anche per Veltroni: «Di fronte a certe affermazioni mi indigno: non è affatto vero che il Pd stia nascendo come una “fusione fredda” tra ds e Margherita», come appunto ha lamentato Walter. Ma tutto sommato, assicurano, alla vigilia del congresso il segretario è tranquillo: «Ha il partito in mano, con quei 200mila iscritti che hanno votato per lui».
E Prodi in tutto ciò che fa? Per ora sta a guardare: la sua priorità è restare in sella per questa legislatura. Poi si vedrà: se andrà bene, vorrà sicuramente designare lui il successore. E al momento, assicurano da varie parti, il suo favorito è l’emiliano Pierluigi Bersani.