Il Pd non parla agli italiani ma i big si scrivono sui giornali

RomaLa sinistra non parla agli italiani ma scrive, quanto scrive: lenzuolate di parole vergate dai suoi leader e pubblicate in spazi gentilmente offerti da giornali compiacenti. Per dire? Anzi, per dirsi? Bah, le solite cose. Più o meno: come mandiamo a casa Berlusconi?
A iniziare l’epistolario è Walter Veltroni martedì 24 agosto sul Corriere della Sera. Parte in prima e va a riempire tutta pagina 10, sotto un titolo col cuore in mano: «Scrivo al mio Paese. E vi dico cosa farei». «Caro direttore», attacca la lettera a esibire la difficoltà del centrosinistra a rivolgersi agli italiani. Poi, con il solito stile jovanottesco, pieno di pathos ed emotivamente ricattatorio del grande ex (ex direttore dell’Unità, ex ministro, ex vicepremier, ex sindaco di Roma, ex salvatore della patria progressista), Veltroni fornisce ai lettori del Corrierone un utile vademecum all’universo mondo. A che titolo? «In fondo due anni fa, un secolo di questo tempo leggero e bulimico, quasi 14 milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio. Se un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra riformista invece di Berlusconi ora saremmo noi a governare». Un pratico riassunto per quei due o tre italiani che si sono dimenticati che due anni fa il centrosinistra uscì con le ossa rotte dal voto. A proposito di promemoria, Veltroni ricorda anche di essere «tra i pochi che si sono fatti da parte davvero», tralasciando che molti nostri compatrioti avrebbero preferito che si facesse da parte ancora di più, mantenendo la promessa di andarsene in Africa. Ma davvero nella vita non si può avere tutto.
Per il resto delle 256 righe a giustezza larga Veltroni rimette in bella copia le sue utopie politicamente corrette, aggiorna il suo Pantheon trovando posto ad Agatha Christie e John Kampfner e commette uno svarione non da lui: «Le culture di progresso - annota - non possono declinare solo un verbo: difendere». Qualunque cosa voglia dire, i verbi si coniugano, non si declinano. Ma siamo all’ultimo capoverso e Veltroni doveva essere stanco dopo una simile prova letteraria.
Passano due giorni e giovedì al vecchio leader del Pd risponde l’attuale, Pier Luigi Bersani, dalle colonne dell’house organ del centrosinistra, Repubblica. Altra letteronza da due pagine e 244 righe con titolo intimidatorio: «Addio Unione, ora Nuovo Ulivo e un’Alleanza democratica per sconfiggere Berlusconi». Roba da scongiuri. Anche Bersani pretende di rivolgersi agli italiani ma inizia la lettera con «caro direttore». E in ogni caso un italiano di buona volontà si sarebbe addormentato leggendo frasi come: «Il venir meno di una promessa populista produce sempre, direttamente o specularmente, fenomeni di distacco dei cittadini dalla politica, una spinta alla radicalizzazione impotente, espressioni vere e proprie di antipolitica che possono insorgere da ogni lato». Risvegliandosi poi, l’italiano di cui sopra, solo al din-don finale: «È giunto il tempo di suonare le nostre campane». Per farla breve, Bersani ha un’ideona: dài, buttiamo via l’Unione e rifacciamo l’Ulivo. Un nuovo Ulivo, ohibò, «in cui i partiti del centrosinistra possano esprimere un progetto univoco di alternativa per l’Italia e per l’Europa e mettersi al servizio di un più vasto movimento di riscossa economica e civile del Paese».
La parola Ulivo risveglia, per un riflesso pavloviano, anche Romano Prodi, che per dà il suo contributo allo Zibaldone dell’opposizione sulla prima pagina del Messaggero con una breve parabola agronomica ispirata agli ulivi e all’olio che parte addirittura dai colli bolognesi del Cinquecento. Morale della favoletta, se abbiamo capito bene, è quanto sia un bene per l’Italia la prospettata nascita del nuovo Ulivo, «in cui l’aggettivo nuovo mette in rilievo la necessità di introdurre nella coltura nuovi diserbanti, nuovi fertilizzanti e, soprattutto, nuovi innesti».
Attendiamo che anche Massimo D’Alema decida di dire la sua. E ci chiediamo: ma non sarebbe meglio che i leader passati, presenti e futuri del centrosinistra scrivano a Gardenia? O, meglio ancora, si telefonino?